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mercoledì 7 agosto 2013

Elettrosmog e radiazioni terrestri in casa e sul posto di lavoro

 questo articolo è datato, ma dimostra che si è a conoscenza degli effetti negativi del wifi, del bluethooth ecc da parecchio tempo. tsm

Disturbi del sonno, infezioni, malattie croniche ecc. possono avere molteplici cause. Tra queste rientrano l‘elettrosmog e le radiazioni terrestri, i cui effetti nocivi su persone e animali sono noti da secoli. Un tempo erano i rabdomanti a individuare i luoghi "maligni" da evitare. Oggi al loro posto operano i geobiologi o consulenti bioedili che, oltre a pendoli e bacchette, impiegano sofisticati strumenti di rilevazione.

Fattori di disturbo che influiscono sull’organismo umano

Ognuno di noi reagisce diversamente agli stimoli ambientali, il che offre purtroppo ampi spazi di manovra agli allarmisti in cerca di facili profitti.

Possibili fattori di disturbo

A. Radiazioni terrestri

Si tratta di particolari interferenze del campo geomagnetico che danno luogo alle cosiddette “zone geopatogene”. Possono trarre origine da falde sotterranee, faglie, cavità, ma anche da reti di radiazioni – cosiddette “griglie a reticolo globale” – le più note delle quali sono la rete di Hartmann e la rete di Curry. Gli esperti non sono concordi sull’origine di queste anomalie: alcuni tendono ad attribuirle alle radiazioni cosmiche, altri a fattori insiti nelle viscere della Terra.

Influenza delle radiazioni terrestri

Queste energie, in parte assai deboli, interferiscono con il mondo vegetale, animale e anche con gli esseri umani influenzandone i “circuiti di controllo” (comunicazione cellulare). Non tutti gli organismi sono in grado di compensare gli influssi nocivi protratti, specialmente in presenza dei cosiddetti “punti d’incrocio”. Ne consegue il rischio di malattie, che aumenta particolarmente nel caso di una permanenza prolungata nelle zone “geopatogene” (es. camera da letto, posto di lavoro).
Benché il fenomeno non sia ancora stato spiegato scientificamente, in varie occasioni è stato accertato che, spostando il letto o la postazione di lavoro da una zona perturbata a una neutra, i disturbi anzidetti scompaiono.

Come neutralizzare le zone geopatogene?

Schermare o deviare le onde nocive è praticamente impossibile, ragione per cui non rimane che ricollocare il luogo di riposo o di lavoro.

B. Elettrosmog

Il preoccupante aumento di radiazioni, campi e onde elettromagnetiche nel nostro ambiente favorisce lo stress elettromagnetico, un’alterazione energetica che a sua volta è all’origine di diverse patologie: disturbi della comunicazione cellulare, insonnia, nervosismo, aggressività, ma anche maggiore vulnerabilità alle infezioni, disfunzioni cardiovascolari e aritmie, indebolimento del sistema immunitario ecc.

Parlando di elettrosmog occorre distinguere tra:

1. Campi magnetici statici

Il più noto è il campo magnetico terrestre, pari a circa 48.000 nT (nano Tesla). Il campo magnetico terrestre non dovrebbe essere alterato, cosa che invece accade a causa delle emanazioni diffuse per esempio dalle molle dei materassi, dalle armature degli edifici, dai radiatori e da altri oggetti di metallo. Tali alterazioni possono essere misurate con l’ausilio della bussola e di altri strumenti appropriati.

Come difendersi?
Tenersi il più possibile a distanza dai campi magnetici statici generati artificialmente; sostituire i materassi a molle con materassi privi di elementi metallici.
I campi magnetici statici non possono essere schermati!

2. Campi elettrostatici

Anche i campi elettrostatici ci avvolgono ovunque e in qualsiasi momento. Per non essere nocivi dovrebbero aggirarsi sui 200-300 V/m (Volt per metro). I campi elettrostatici aumentano notevolmente in presenza di vento (föhn) e temporali, ma anche di materiali sintetici, schermi non collegati a terra, superfici verniciate ecc.
Possono essere misurati con l’ausilio di appositi strumenti.

Come difendersi?
Utilizzare il più possibile materiali naturali; nelle stanze mantenere un’umidità del 50 % circa. Spegnere completamente i videoterminali quando non utilizzati oppure deviare il campo elettrico mediante la messa a terra (utilizzando tessuti murali non tessuti).

3. Campi elettrici alternati

Il campo elettrico alternato non esiste in natura, ma viene generato in prossimità di linee dell’alta tensione e in tutti gli apparecchi e i cavi sotto tensione. La corrente elettrica continua a fluire anche quando gli apparecchi sono spenti o addirittura staccati dalla presa.
Il campo elettrico alternato viene misurato con appositi strumenti e antenne.

Come difendersi?
Mantenersi il più possibile a distanza, spegnere gli apparecchi elettrici con l’interruttore generale. I campi elettrici alternati possono essere deviati mediante appositi tessuti murali (tessuti non tessuti) o vernici schermanti (vernici speciali alla grafite) attraverso il collegamento a terra.

Si possono ridurre significativamente utilizzando collegamenti a stella sull’impianto elettrico e disgiuntori di rete per gli apparecchi e le luci elettriche. Nelle costruzioni in legno è bene impiegare cavi schermati.
Nel caso di linee dell’alta tensione, tenersi a una distanza di 1 metro ogni 1.000 Volt di tensione.

La camera da letto e il posto di lavoro, così come tutti gli ambienti in cui si trascorre molto tempo, dovrebbero trovarsi ad almeno 1,5 m dall’impianto elettrico di casa.

4. Campi magnetici alternati

Anche i campi magnetici alternati non esistono in natura, ma sono presenti ovunque fluisca della corrente elettrica (linee dell’alta tensione, trasformatori ecc.).
Possono essere misurati con appositi strumenti.

Attenzione: la corrente elettrica continua a fluire fino al trasformatore anche quando un apparecchio, per esempio la radio, è spento completamente.

Come difendersi?
Mantenersi per quanto possibile a distanza; spegnere completamente gli apparecchi elettrici inutilizzati, ove possibile staccando la spina dalla presa di corrente. I campi magnetici alternati sono molto difficili da schermare (metallo MU).
Nel caso di linee dell’alta tensione, tenersi a una distanza di 1 metro ogni 1.000 Volt di tensione.
La camera da letto e il posto di lavoro, così come tutti gli ambienti in cui si trascorre molto tempo, dovrebbero trovarsi ad almeno 1,5 m dall’impianto elettrico di casa.

5. Onde, campi e radiazioni elettromagnetiche

Sono generate da tutto ciò che trasmette segnali attraverso l’atmosfera anziché via cavo (ripetitori, antenne, apparecchi radio, telefoni cordless e cellulari, apparecchi a microonde, videoterminali ecc.).
Anche questi agenti dannosi possono essere localizzati e misurati mediante appositi strumenti.

Come difendersi?
Mantenersi il più possibile a distanza. Le radiazioni generate dai ripetitori per la telefonia mobile possono essere schermate o riflesse utilizzando speciali tessuti non tessuti, vernici e lamine. La camera da letto dovrebbe trovarsi ad almeno 5 metri dalla stazione base dei telefoni cordless a tecnologia DECT, tenendo presente che le radiazioni penetrano anche attraverso le pareti.
Utilizzare il telefono cellulare preferibilmente con il viva-voce.

C) Radioattività

La radioattività è presente ovunque. In quantità normali non è nociva per l’organismo umano, ma basta che aumenti anche di poco per causare vari disturbi nei soggetti che vi siano esposti regolarmente. Un’elevata concentrazione di radioattività può essere dovuta anche ai materiali presenti negli ambienti domestici e di lavoro (es. vernici delle piastrelle o pavimenti contenenti scorie di varia natura). In alcune zone dell’Alto Adige è importante tenere conto anche della presenza del radon (gas radioattivo). Per informazioni al riguardo si veda il portale della rete civica provinciale: www.provinz.bz.it/umweltagentur/2908/index_i.asp

Gli effetti biologici

Ognuno di noi reagisce diversamente agli stimoli ambientali. Gli eventuali effetti nocivi dovuti all’elettrosmog possono essere rilevati solo da medici e naturopati specificamente preparati. La natura e il grado dei disturbi sono determinabili anche mediante appositi apparecchi diagnostici.

Quando è consigliabile far controllare l’abitazione?

Non fatevi influenzare dai soliti profittatori della situazione. Se in generale vi sentite bene, non c’è motivo di far controllare la casa. Per capire se una camera da letto è “geopatogena”, si può notare per esempio se chi la usa soffre regolarmente di uno o più dei seguenti disturbi e se questi scompaiono o diminuiscono spostandosi a dormire in un’altra stanza:
  • problemi di sonno
  • mal di testa
  • difficoltà di concentrazione
  • stanchezza e contrazioni muscolari al risveglio
  • depressione, nervosismo
  • dolori muscolari e articolari
  • sensazioni di brivido o sudore a letto
  • malattie croniche
  • resistenza a medicinali e terapie

Per ulteriori informazioni e indirizzi di consulenti bioedili:
www.centroconsumatori.it
www.archeB.ines.org
www.afb-efs.it

Come riconoscere i consulenti seri?

Prima di prendere appuntamento con un consulente bioedile o un geobiologo si dovrebbe considerare quanto segue:
  • la qualifica di consulente bioedile non è protetta e quindi ciascuno può avvalersene. Anche gli attestati professionali non sono difficili da ottenere e pertanto non costituiscono una garanzia di serietà assoluta. La scelta del “giusto” consulente è un po’ una questione di fiducia;
  • il mestiere di “rabdomante” è faticoso. Un consulente onesto non controllerà più di quattro locali al giorno, sapendo che poi le misurazioni divengono imprecise;
  • in linea generale il consulente dovrebbe rilevare e documentare tutti i fattori di disturbo sopra menzionati;
  • la rilevazione delle radiazioni perturbanti richiede circa mezz’ora per ciascuna stanza;
  • chi sostiene che i fattori di disturbo possono essere schermati o neutralizzati usando certi apparecchi o dispositivi (da acquistarsi a prezzi vantaggiosi), racconta bugie. Proprio nel caso delle radiazioni terrestri non si è ancora trovato il sistema per eliminarle permanentemente;
  • un consulente professionale evita di informarsi sui vostri problemi di salute prima di aver eseguito le misurazioni. Egli documenta il proprio lavoro riportando su una planimetria dell’abitazione i punti contaminati e la direzione dei flussi potenzialmente nocivi; inoltre fornisce indicazioni dettagliate sulle possibilità di risanamento attuabili.

Attenzione!
I consulenti non professionali sono doppiamente dannosi: sia perché si fanno pagare sicuramente più del dovuto, sia perché, promettendovi di “neutralizzare” tutte le radiazioni terrestri presenti nell’abitazione, vi fanno credere di eliminare il problema, mentre ciò non è affatto vero.

Qualora individui la presenza di radiazioni dannose, il consulente professionale vi suggerirà anzitutto la soluzione più efficace e meno costosa: spostare il luogo in cui dormite.

Tariffe per la consulenza
I consulenti bioedili non hanno tariffari prestabiliti. A titolo orientativo, ricordiamo che di norma gli esperti degli istituti specializzati tedeschi chiedono 75 euro per il controllo della prima camera e 45 euro per ogni stanza aggiuntiva. A tale compenso si aggiungono le spese di trasferta.

fonte : centroconsumatori.it



approfondimenti:


 http://scienzapertutti.lnf.infn.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1163:0203-si-puo-fare-un-insolamento-magnetico-con-un-materiale-che-non-sia-attratto-dal-magnete&catid=142:tutte-le-risposte&Itemid=347

 http://energiaalternativa.forumcommunity.net/?t=52112466

http://asse.altervista.org/Deflettore%20di%20Flusso%20Magnetico.pdf

http://www.vialattea.net/esperti/php/risposta.php?num=8225

http://www.profhome.it/carta-fodere-in-tnt/carta-rivestimento-murale-tessuto-no-tessuto/


martedì 6 agosto 2013

Stop phubbing: al via la campagna contro chi consulta troppo il cellulare

Dipendenza da “telefoni cellulari intelligenti” Stop phubbing: al via la campagna contro chi consulta troppo il cellulare
L'iniziativa partita in Australia. Nel mirino la pessima abitudine di controllare il telefonino mentre si parla
Se non volete ritrovarvi anche voi svergognati sulle reti sociali con l’etichetta di irriducibili phubber, come successo ad Elton John e D,Furnish, ecc, meglio che la smettiate di smanettare con lo smartphone ad ogni occasione, a maggior ragione se qualcuno vi sta parlando o se magari siete ad una cerimonia.

Fenomeno dell’era digitale in rapida e maleducata ascesa, il brutto vizio di controllare il proprio telefonino nel bel mezzo di un contesto sociale, fregandosene totalmente degli altri. La parola stessa un neologismo coniato per indicare chi snobba le conversazioni per concentrarsi solo sul proprio telefonino multifunzione. Un comportamento che, sdoganato dalle “presunte”(nota tsm) celebrità di cui spesso si copiano anche gli atteggiamenti meno edificanti, oggi sta diventando talmente di pessima moda da aver spinto un gruppo di australiani a dar vita alla campagna, che già stata seguita da almeno altre cinque iniziative analoghe.
IMPOSSIBILE STACCARSI -
L'obiettivo? Prendere per i fondelli (in linea sulla pagina Twitter) quei tossicodipendenti da telefono cellulare che non riescono a staccarsi dal dispositivo nemmeno per un istante, che sia per rispondere alla domanda di un amico o mentre sono in dolce compagnia. Il fenomeno del "phubbing" quanto di pi fastidioso possa esserci – spiega Alex Haigh, creatore della campagna anti-phubbing – ed diffuso al punto da aver completamente eliminato la capacità di parlare faccia a faccia con qualcuno. Ecco perchè occorre fare qualcosa e far girare la voce per fermare questo comportamento, che è ormai sfuggito di mano.
Non a caso, sul sito si chiede di esprimere un’opinione sul phubbing e sugli oltre 4500 voti espressi, il 72% si detto contrarissimo, mentre un secondo sondaggio, ha permesso di quantificare in un terzo la percentuale di britannici che si definisce un phubber, con oltre un quarto (il 27% per la precisione) che ha ammesso di rispondere al telefono durante una conversazione faccia-a-faccia e il 16% di controllare le reti sociali più di dieci volte al giorno.
DIPENDENTI DAL TELEFONINO -
Non solo. La stessa inchiesta ha anche evidenziato un 63% di malati da telefonino che confessa di portarlo praticamente ovunque e un 37% che preferisce passare per phubber piuttosto che non rispondere ad un messaggio di testo. Come ha avvertito il professor P.Reed, docente di psicologia dell'Università di Swansea ed esperto di dipendenze internet, molti phubber mostrano sintomi di una chiara dipendenza da cellulare e alcuni di loro vanno persino in astinenza se non gli viene permesso di utilizzare il telefonino in continuazione.
Ma la cosa grave che a volte non si rendono nemmeno conto di quanto siano irritanti con il loro comportamento.


fonte : corriere.it

martedì 19 marzo 2013

3G attenzione ai dispositivi, sono molto vulnerabili.

I programmi di gestione e navigazione preinstallati nei modem 3G e 4G contengono diverse caratteristiche sfruttabili da eventuali malintenzionati

Pc, laptop, tablet e telefoni cellulari intelligenti, e c’è chi dice in futuro anche televisori ed elettrodomestici. L’attività di cracker e malintenzionati vari su internet non conosce limiti, e qualsiasi dispositivo connesso alla rete può diventare un veicolo di «infezioni». Da tenere particolarmente d’occhio, secondo due ricercatori russi che hanno esposto la loro analisi alla Black Hat Europe, una conferenza dedicata ai temi della sicurezza, sono le «chiavette» 3G e 4G che si usano per navigare, particolarmente vulnerabili.

La stragrande maggioranza dei modem nel mondo proviene dai giganti cinesi Huawei e Zte, anche se sono distribuiti con il marchio dell’operatore telefonico che li gestisce. N.Tarakanov e O.Kupreev, i due ricercatori pluripremiati nella «caccia alle falle», hanno analizzato il software nelle «chiavette», trovando diverse caratteristiche sfruttabili da eventuali malintenzionati. Ognuno di questi modem, ha spiegato Tarakanov, viene venduto con un file di sistema preinstallato, una sorta di «mini sistema operativo» che è risultato facilmente attaccabile.
«È molto facile - ha spiegato Tarakanov durante la conferenza di Amsterdam - modificarlo e copiarlo sul dispositivo di nuovo. Ci sono diversi strumenti online per farlo. Un programma dannoso nel computer potrebbe trovare il modello e la versione del modem e riscrivere il file di sistema, infettando così tutti i computer su cui la “chiavetta usb” viene usata».

Anche i file di configurazione, quelli cioè che vengono usati per installare il modem nel terminale, sono facilmente attaccabili e modificabili allo stesso modo, hanno aggiunto gli esperti, che hanno elencato una serie di altri `buchi´. «E questo - hanno sottolineato - senza neanche studiare il microprocesori dei modem, che probabilmente è altrettanto vulnerabile».

Non è la prima volta che le «attenzioni» degli esperti di sicurezza si appuntano sui produttori cinesi. Un’accusa ricorrente, anche se mai provata, è che questi inseriscano nei dispositivi delle «backdoor», delle falle appositamente studiate per carpire i dati gestiti, per conto del governo di Pechino.
Alla conferenza si è parlato di altri possibili veicoli di software dannosi per il computer.
Uno di questi, paradossalmente, sono proprio i programmi antivirus, ha affermato uno specialista dell’azienda Ncc Group: «Più dell’80% dei prodotti che abbiamo testato, tra cui quelli delle principali aziende di antivirus - ha affermato - hanno delle serie vulnerabilità abbastanza facili da trovare per un cracker esperto».

fonte : Ansa

Cracker : programmatore esperto che vìola sistemi, reti ecc
Hacker : programmatore esperto che testa sistemi, reti ecc


sabato 23 febbraio 2013

Wimax, pericoloso per la salute

 tsm : si vota e per quanto si sia a favore delle bici, al punto 5 a pag 8 del programma M5S  il movimento spingecon troppa enfasi sia al wifi per tutti, che per il WiMAX.. fate secondo coscienza..

Metre in Scandinavia e nel Regno unito si comincia a bandire la connessione dai pubblici uffici, soprattutto dalle scuole,..

Alcune vittime si sono già fatte sentire, e in molti chiedono di tornare al buon vecchio Wired, sarà possibile?

Più potente del wi-fi, il sistema ad altissima velocità di nuovissima generazione denominato Wimax, potrebbe causare seri rischi per la salute.

Siamo alle solite, tutti costantemente alla ricerca di qualcosa che velocizzi il computer, internet e tutte le attrezzature possibili in nostro possesso perché abbiamo sempre più bisogno di tempo che inesorabile ci sfugge dalle mani. Poi, però, alla fine la supertecnologia cui affidiamo i nostri desideri spesso ci si ritorce contro. Nella speranza possa migliorare la vita di tutti i giorni, capita che invece ci rovini la salute.

Nella fattispecie, il Wimax sembra essere implicato in molti disturbi legati alla cosiddetta “elettro-sensibilità”. L’allarme è stato lanciato dal “Collectif pour la vie” (Borgogna, Francia), che fa capo all’Associazione Connaissance De La Sante per conto di una trentina di vittime. Sono loro a richiedere il ritorno del buon vecchio Wired in sostituzione di Wimax.

«In seguito all’installazione del Wimax, molti hanno dovuto abbandonare la città di Digione. Io stessa che accusavo già mal di testa a causa della presenza di antenne di telefonia mobile, ho avuto grossi problemi neuorologici», spiega la ricercatrice Christiane Estève sui maggiori quotidiani francesi.

Molti lo sostengono da tempo: vi sono persone particolarmente sensibili ai campi elettromagnetici, e il dottor Dominique Belpomme, presidente dell’Associazione per la Ricerca Terapeutica contro il Cancro (Artàc) lo conferma: «L'elettrosensibilità è riconosciuta come un handicap in Svezia. E riguarda più persone di quanto si creda: per esempio, non si riescono ad individuare i motivi medici alla base di alcuni mal di testa e di problemi ai ritmi cardiaci […]».

Spesso i sintomi si presentano in maniera subdola e non vengono subito riconosciuti, ma è necessario porre molta attenzione quando vi è «una prima fase con dei mal di testa, problemi alla sensibilità, alla concentrazione, alla memoria; e poi una seconda fase in cui sopraggiunge l’insonnia, la fatica cronica, le tendenze depressive ecc. La malattia può essere l’anticamera dell’Alzheimer, o il cancro e altri ancora», prosegue Belpomme.

Le notizie non sono delle migliori, ma d’altronde sappiamo bene come funzionano le cose: stiamo rendendo questo pianeta supertecnologico a scapito della nostra salute, della qualità della vita e dell’ambiente. Ci sarebbe da chiedersi se ne vale davvero la pena continuare così, o se non sarebbe meglio riuscissimo a imparare vivere in maniera più semplice, rinunciando a una fetta di tecnologia.
Siamo del parere che la maggior parte di noi risponderebbe che non è disposta a tornare indietro, il problema è che quelli che vorrebbero farlo, spesso sono costretti a subire comunque le conseguenze degli effetti nocivi dei campi elettromagnetici. La verità è che non si può sfuggire alla frenesia dell’essere umano, così come non si può sfuggire alla sue conseguenze disastrose.
[lm&sdp]

fonte : lastampa.it

venerdì 15 febbraio 2013

Wi-Fi nei locali

 tsm : ricordatevi di disattivare SEMPRE la connessione senza fili ( wifi) dei vostri apparechi e dei vostri ruoter quando NON li usate.

Gli esercenti non sono responsabili di ciò che fanno i clienti.
La risposta al quesito della federazione dei pubblici esercenti apre la strada al collegamento senza fili nei locali pubblici.

Della questione si dibatteva da tempo. Perché in Italia i gestori dei locali pubblici non lasciano i punti di accesso alla "rete" aperto a tutti e nel resto del mondo invece ci si può connettere senza problemi? Il motivo era semplice: i proprietari di ristoranti, bar e pub avevano paura di finire nei guai, se ritenuti responsabili di eventuali illeciti commessi dagli avventori. Ora, in risposta a un quesito posto da Fipe, la Federazione italiana pubblici esercizi aderente a Confcommercio, il Garante della Riservatezza ha confermato quanto già stabilito dal decreto Milleproroghe del 2010, ossia che «i gestori dei locali che vogliono offrire ai loro clienti la connessione senza fili gratuita ed eventualmente mettere a disposizione anche Pc e terminali di vario genere, sono sollevati da qualsiasi responsabilità rispetto alla navigazione dei loro clienti e, nel caso volessero entrare in possesso di informazioni più dettagliate, devono richiedere al consumatore di firmare l’autorizzazione al trattamento dei dati personali».

VERSO LA CITTA' EVOLUTA - «A sollevare la questione - sottolinea la Fipe - era stata un'interpretazione controversa sollevata da fornitori di servizi che forniscono programmi di archiviazione. A loro dire, sui gestori di bar e ristoranti incombeva l'obbligo di registrazione dei dati da parte degli utenti, così come dovevano essere anche ritenuti corresponsabili dei siti visitati dai loro clienti in caso di connessione alla rete con l'accesso telematico fornito dal locale». Ma non solo. «La connessione senza fili libera nei pubblici esercizi -commenta il presidente Fipe - va verso la direzione delle città evolute. Bar, ristoranti, discoteche, stabilimenti balneari diventano sempre più interattivi e sono così in grado di offrire ai clienti un servizio importante nell'era del digitale». Insomma, per chi vuole lasciare aperta la rete nel proprio bar o nel proprio ristorante arrivano rassicurazioni: «Il Garante, nella risposta fornita a Fipe, ha infatti ribadito che questo caso rientra fra quelli in cui non può essere effettuato il trattamento dei dati personali senza necessità del consenso del soggetto interessato, in base all'art. 24 del Codice», riferisce la Federazione.

ALLA PARI CON IL RESTO DEL MONDO - Il Garante, dunque conferma quanto disposto nel 2010, quando venne abrogato l'obbligo, introdotto decreto Pisanu, per i gestori di locali pubblici e privati che forniscono accesso a internet, di richiedere e fotocopiare i documenti degli utenti e di conservarli in un archivio cartaceo. «Pertanto, in primo luogo, gli esercenti che ancora dispongono di strumenti per il monitoraggio e l'archiviazione dei dati - spiega - possono eliminarli, senza il rischio di alcuna responsabilità, rendendo così realmente libero il servizio di connessione offerto». Insomma, a quanto pare, l'Italia può mettersi alla pari con il resto del mondo, dove il wireless nei locali pubblici è una realtà già da tempo. Ma in tanti, ancora troppi, temono che in ogni caso sia il gestore dell'esercizio a finire nei guai nel caso in cui il cliente connesso commetta qualche illecito.





 

martedì 22 gennaio 2013

Google e Facebook devono pagare. La Francia vuole tassare l'uso dei dati personali

L'obiettivo del governo Francese è far sì che i colossi del Web non utilizzino i paesi europei come territori di saccheggio, ma tassare l'utilizzo dei dati utente potrebbe non essere la soluzione giusta.

Esiste un detto che da qualche anno a questa parte va molto di moda in ambito a hi-tech, recita più o meno così: “Se non stai pagando per un prodotto, allora il prodotto sei tu”. 

Il motivo è piuttosto chiaro, i servizi offerti da colossi del Web come Facebook e Google sono gratuiti per centinaia di milioni di utenti, eppure le due aziende macinano ogni anno miliardi di dollari. Oggi, grazie al presidente francese, questo famoso detto potrebbe finire per essere modificato: “Se non stai pagando per un prodotto, allora o sei tu il prodotto, oppure un dipendente inconsapevole.”

Andiamo con ordine. Questa storia comincia nella giornata di venerdì, quando il goveno francese fa pervenire ai piani alti di Mountain View un rapporto di 200 pagine commissionato durante l’estate a due esperti fiscali, P.Collin e N.Colin. Tra innumerevoli dati e tecnicismi, il senso del rapporto è piuttosto diretto: compagnie come il motore di ricerca summenzionato, le reti sociali, Apple e Amazon fanno una montagna di quattrini accumulando informazioni personali condivise dagli utenti. In Francia, in particolare, il summenzionato motore di ricerca rastrella qualcosa come 1,5 miliardi di euri l’anno in introiti pubblicitari, senza sostanzialmente pagare alcun tipo di tassa sul territorio francese. Sarebbe dunque ragionevole fissare una sorta di imposta sull’utilizzo dei dati utente che sia direttamente proporzionale al numero di utenti iscritti a un determinato servizio.
Una simile tassa" si legge sul rapporto "sarebbe giustificata dal fatto che gli utenti di servizi come motori di ricerca e reti sociali, mettendo a disposizione le informazioni personali necessarie a vendere pubblicità, di fatto, stanno lavorando per queste compagnie senza ricevere alcun tipo di salario
In poche parole: se le grandi compagnie della rete vogliono macinare profitti sfruttando i dati degli utenti, devono pagare.
La proposta delineata nel rapporto è sicuramente interessante, ma presenta diversi punti deboli. Innanzitutto, bisogna considerare che una simile imposta sarebbe piuttosto difficile da introdurre, richiede una preventiva collaborazione internazionale e un braccio di ferro con i colossi della rete (e della Borsa) che potrebbe risultare impossibile da superare. Ma anche volendo sorvolare sulle questioni tecniche, questa imposta (che il Presidente francese intende introdurre entro il 2014) va a sollevare una questione che nonostante anni di ferventi dibattiti è ancora lontana dall’essere risolta: se un utente accetta le condizioni d’uso di un servizio, e queste condizioni d’uso stabiliscono la possibilità per i gestori del servizio di accedere alle informazioni personali, può poi a posteriori richiedere che questi dati non vengano utilizzati?
Il motore di ricerca in questione per ora ha comunicato di stare leggendo il rapporto, sottolineando che "la rete offre immense opportunità di crescita economica e impiego in Europa, e noi crediamo che le politiche pubbliche dovrebbero incoraggiare questa crescita." Ma la posizione delle grandi aziende della rete è da tempo piuttosto chiara: no, gli utenti accettano di condividere le proprie informazioni e in cambio ricevono gratuitamente servizi di qualità (?). Fine della faccenda.
Molti però la pensano in maniera diversa, e non solo il governo francese, che ha dichiarato esplicitamente di non voler diventare “un paradiso fiscale per i colossi web”, ma anche l’OCSE che secondo il quotidiano Le Figaro avrebbe intenzione di presentare una propria proposta al prossimo G20, allo scopo di arginare la cosiddetta “ottimizzazione fiscale”, ossia la tendenza di aziende come motori di ricerca, reti sociali, ma anche Ryanair , a fare profitti in diversi paesi per poi pagarne le relative tasse nel paese a fiscalità agevolata in cui hanno stabilito la propria sede.
In questo senso, la proposta di una sorta di tassazione sugli introiti relativi ai dati personali ha senso. L’errore del Primo ministro francese (o di chi ha stilato il rapporto) è stato piuttosto scegliere di descrivere il rapporto utente-servizio di rete come una sorta di rapporto di lavoro non retribuito. Se davvero gli utenti stanno prestando una qualche opera a servizi come il motore di ricerca, allora a una tassa sull’utilizzo dei dati personali dovrebbe essere affiancata una sorta di piano retributivo. Il che appare quantomeno assurdo.
Così assurdo che c’è già chi ha pensato a una soluzione simile. In uno studio pubblicato lo scorso maggio, il direttore della Social Computing Research Group, aveva ipotizzato una sorta di borsa dei dati personali , in cui i dati utente di ogni persona sia dato un valore monetario a seconda di come questa gestisce la propria riservatezza in rete.
Insomma, a mano a mano che il mercato della pubblicità personalizzata cresce, diventa sempre più evidente come le informazioni personali che fino ad oggi abbiamo disperso con tanta noncuranza, siano una valuta sempre più preziosa (o per usare le parole del rapporto Collin-Colin, “la materia prima” dell’economia digitale).
E come risulti sempre meno assurdo il pensare di regolamentarli.
Fonte: Panorma.it


commento Ts M :
Quando sentiremo almeno parlare di progetti di Legge simili a italia e a Trieste ?
Non vi chiedete mai per qual motivo le Istituzioni invece di mantenere un semplice e dignitosissimo indirizzo e sito internet, spingono tanto per l'uso delle reti sociali, pur essendo ENTI locali e non srl o spa ?

martedì 31 gennaio 2012

La verità sul caso MegaUpload

Il 19 gennaio 2012, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti d'America ha provveduto asequestrare il sito Megaupload. Come si riporta nel sito stesso del Dipartimentoì, il motivo ufficiale del sequestro è la violazione dei diritti d’autore (© copyright) e pirateria. E’ questo il vero motivo della chiusura di Megaupload o c’è qualcosa sotto?

Che cosa era Megaupload?
Era uno dei più diffusi siti web, dove un utente poteva caricare e scaricare file di qualsiasi tipo, compresi file musicali e film. Gli utenti erano di due tipi: quelli registrati gratuitamente e quelli Premium, che pagavano una quota mensile; gli utenti registrati gratuitamente avevano un limite nella quantità di file che potevano scaricare o caricare; invece gli utenti a pagamento, detti premium, non avevano nessun tipo di limitazione. Propietaria del sito era la Megaupload-Ltd, una società con sede ad Hong Kong in Cina. Gli introiti della società, che derivavano ovviamente dalla quota a pagamento a costi non proibitivi, erano enormi, dato che Megaupload era uno dei siti più visitati di Internet; il Dip.to di Giustizia U.s.A. parla di 150.000.000 di utenti registrati e 50 milioni di visitatoiri al giorno, ossia il 4% complessivo di tutto il traffico di Internet.

Il sito era in linea dal 25 marzo del 2005, praticamente da ben 7 anni. Come mai viene chiuso adesso, dopo sette lunghi anni ? La giustizia statunitense non sembra lenta quando deve intervenire a proteggere la proprietà, compresa quella intellettuale. Tutti sapevano cosa fosse megaupload, per cui sette anni appaiono veramente tanti per un intervento da parte della giustizia. Quindi, una domanda sorge spontanea: “Il sito è stato chiuso veramente perchè violava i diritti d’autore o c’è qualcosa sotto?”

A dicembre del 2011, solamente un mese prima del sequestro, Megaupload aveva annunciato un nuovo servizio denominato Megabox (leggasi sul tema l’articolo diDigital Music News). Questo servizio è apparso subito come qualcosa di veramente rivoluzionario per il mondo della musica, che avrebbe potuto dare esclusivo potere agli artisti, liberandoli dalla schiavità delle case discografiche. Fino ad oggi, un artista, un cantante, praticamente per poter regisitrare e distribuire un disco deve passare attraverso l’intermediazione delle case discografiche, la cui attività consiste appunto nel distribuire opere di terzi, degli artisti, ai quali vanno delle percentuali sugli introiti, percentuali decisamente basse; ovviamente un artista che vende milioni di copie guadagna bene, però le case discofrafiche guadagnano enormemente di più. Ricordiamo che quattro grandi case discografiche controllano praticamente i tre quarti del mecrato discografico mondiale.

In sostanza il servizio che si accingeva ad offrire Megaupload liberava gli artisti dalla schiavitù delle case discografiche, ovvero gli artisti diventavano unici proprietari della loro opera intellettuale; un artista invece di legarsi ad una casa discografica e guadagnare percentuali irrisorie, pubblicando per Megaupload, in maniera del tutto legale, contratto compreso, avrebbe ottenuto un guadagno del 90% per ogni canzone scaricata. Molti artisti di fama internazionale, per i loro nuovi dischi stavano pensando a Megaupload e avevano dichiarato il proprio appoggio a Megaupload. L’operazione Megabox, sarebbe avvenuta in modo del tutto legale, senza alcuna violazione del diritto d’autore. E’ facile ipotizzare che ciò avrebbe mandato in fallimento le grandi casediscografiche, perchè a qualsiasi artista sarebbe convenuto firmare un contratto con Megaupload, piuttusto che con la vecchia casa discografica. La giustizia USA, a meno di un mese dal lancio di questo servizio, è stata duqnue velocissima nell’attuare contro un provvedimento assolutamente legale che avrebbe potuto mandare infallimento le grandi multinazionali.
Per sette anni, Megaupload ha agito violando effettivamente i diritti d’autore, ma alla fine essendo i danni arrecati alle case discografiche,dell’ordine delle centinaia di milioni di dollari, a fronte di guadagni miliardari, relativamente bassi, veniva tollerato.Oggi che si accingeva ad offrire un servizio del tutto legale, la giustizia interviene a chiuderlo per le violazioni operate negli anni passati.

Attilio Folliero, Caracas
fonte : es.scribd.com

tsm : cancellati nomi artisti ed etichette discografiche, la reclàm si paga.

sabato 17 dicembre 2011

Blogger sì, ma con il “bollino blu”: il codice di Timu per la buona informazione sul web

Un “bollino blu” per i blog, per Facebook, per Twitter. Perché in rete circola tanta informazione, ma spesso è inquinata da bufale, distorsioni ideologiche, inesattezze nei dati, mancata citazione delle fonti, circoli viziosi di notizie non verficate che di link in link si gonfiano nei risultati di Google, fino ad assomigliare pericolosamente a verità rivelate. Da qui l’idea di un codice di condotta basato su accuratezza dell’informazione, imparzialità nella lettura dei fatti, indipendenza da interessi nascosti, legalità. L’idea è di Timu (“squadra” in lingua Swahili), la piattaforma di informazione aperta che fa capo alla fondazione Ahref, lanciata dal provincia di Trento attraverso la Fondazione Bruno Kessler, impegnata nella ricerca scientifica e tecnologica.

“Le informazioni non accurate circolano dappertutto, non solo su internet, e nessuno può obbligare nessuno a seguire determinati principi”, chiarisce Luca De Biase ( http://it.wikipedia.org/wiki/Luca_De_Biase da leggere bene nota tsm ), presidente della Fondazione Ahref e già fondatore dell’inserto Nova del Sole 24 Ore. “Noi proponiamo un modo di fare informazione, chi vuole può accettarlo e dichiararlo nel suo spazio web. E’ un valore in più, che noi speriamo si propaghi con un effetto a valanga”.

Per fregiarsi del “bollino blu”, il blogger deve sottoscrivere una dichiarazione di responsabilità su quanto pubblica. Prima regola, accuratezza in tutto quello che riguarda dati, persone, fatti, luoghi, e nella citazione delle fonti. Seconda regola, l’indipendenza. “Scrivere delle truffe assicurative della compagnia X lavorando per la società assicurativa concorrente Y senza dirlo è molto grave”, si legge su Timu, e il lettore deve essere a conoscenza di eventuali conflitti d’interesse di chi scrive. E l’autore non può ricevere soldi dai soggetti che cita. Ancora, l’imparzialità, vale a dire l’impegno ad affrontare i temi da ogni angolazione, senza nascondere i fatti che “non collimano con il nostro credo politico”, perché “la realtà è spesso fatta più di grigi che di bianchi e neri”. Infine, la legalità: rispetto della privacy e dei diritti dei minori, tutela delle fonti anonime “necessarie per fare informazione”.

Sono, in sintesi, le semplici regole d’oro del giornalismo – riprese dai manuali interni di Reuters, Bloomberg, Dow Jones, Nbc e Newsweek - anche se troppo spesso sono i professonisti dell’informazione i primi a disattenderle. E se un blogger le sottoscrive e poi sgarra? “Non abbiamo nessuna intenzione di controllare quello che viene pubblicato”, spiega De Biase, “sarebbe un approccio sbagliato rispetto ai principi della Rete. Chi aderisce ai principi e poi in malafede non li applica può essere sanzionato solo dalla Rete stessa. Dove la reputazione di un blogger può essere valutata con diversi sistemi”.

Il “bollino blu” è solo una parte del lavoro di Fondazione Ahref e di Timu su informazione e web. Un lavoro che supera la rivalità tra il “citizen journalism” e il giornalismo professionale, ormai “vecchia”. “Non voglio la fine della carta stampata e credo nella collaborazione tra cittadini e professionisti per produrre contenuti nuovi sulla Rete, con punti di vista più ampi di quelli che si hanno soltanto nelle redazioni”. Il riferimento è a modelli – soprattutto made in Usa – come Pro Publica (che ha vinto due premi Pulitzer negli ultimi due anni, uno per il giornalismo investigativo) o Spot Us, dove il lavoro dei giornalisti si intreccia con il contributo dei navigatori nelle diverse fasi della costruzione di un’inchiesta, dalla valutazione di un argomento al reperimento delle informazioni sul campo.

Il web apre anche la strada al “data journalism”, il giornalismo basato su dati e statistiche messi a disposizione di tutti grazie alla tecnologia: per l’Italia – dove spesso la trasparenza delle pubbliche amministrazioni è un optional – è una frontiera ancora tutta da esplorare (qui un semplice esempio sul monitoraggio delle spese della Camera dei Deputati, curato dai Radicali).

Non è un caso che molti di questi nuovi media non siano né pubblici né privati, ma facciano capo a fondazioni no profit. Il giornalismo d’inchiesta e di approfondimento tende a essere spiazzato dal mercato, perché costa tanto e rende poco in termini di “audience”, o almeno così pensano molti manager editoriali. Ma allo stesso tempo è fondamentale per comprendere la realtà e le questioni più importanti (quante volte negli ultimi anni abbiamo letto in prima pagina del problema del debito pubblico italiano, che oggi ci presenta un conto dolorosissimo?). Dunque il giornalismo di qualità, che richiede tempo e soldi, “diventa un bene pubblico”, afferma ancora Luca De Biase, “di cui certo non può occuparsi lo Stato, ma neppure soltanto il mercato. Il ‘servizio pubblico’ non lo fa solo la Rai, ma chiunque faccia informazione approfondita e accurata. L’informazione è un bene della comunità, è questo il senso di iniziative come Timu”.

Su Timu si trovano appunto diversi progetti giornalistici aperti – fatti di articoli, video, foto, audio – su temi poco appariscenti, ma la cui onda lunga alla fine tocca tutti, come la dispersione scolastica nel Sud Italia. O come i “muri” che restano da abbattere vent’anni dopo Berlino, oggetto di una “gara” tra i navigatori appena conclusa.

fonte : ilfattoquotidiano.it

venerdì 20 maggio 2011

Francia : la cittadina di Hérouville-Saint-Clair ha abolito il wi-fi nelle scuole e posto dei limiti alle emissioni delle antenne di wi-fi e telefonia mobile




L'edizione on line del quotidiano libération ci avverte in un suo articolo dello scorso anno (Hérouville-Saint-Clair coupe le wifi à l'école) che il paese di Hérouville-Saint-Clair, una cittadina di 24.000 abitanti, ha proibito l'uso del wi-fi a scuola, dopo che tale tecnologia era già stata implementata; una scelta coraggiosa da parte di un sindaco una volta entusiastico sostenitore del collegamento senza fili ad internet.

Hérouville-Saint-Clair toglie il wifi a scuola

La municipalità [il termine municipalità in Francia designa il comune, o più precisamente la parte esecutiva del consiglio comunale, ovvero il sindaco e gli altri consiglieri comunali delegati, che corrispondono alla nostra giunta - N.d.T.] di questa cittadina di 24.000 abitanti sorta di recente, situata nell'agglomerato di Caen (Calvados) intende «applicare il principio di precauzione».

La municipalità di Hérouville-Saint-Clair (gestita da un sindaco del Modem, Mouvement Démocrate, ovvero Movimento Democratico) toglierà l'internet senza fili nelle scuole entro la fine dell'anno, ha annunciato lunedì la giunta, quattro giorni dopo il lancio del "Grenelle des ondes" a Parigi [Il Grenelle des ondes è un progetto governativo mirante alla rimessa in discussione del problema della telefonia mobile, del wifi, e dei potenziali pericoli ad essi collegati - N.d.T]. «Noi applichiamo il principio di precauzione. Il nostro ruolo è quello di proteggere la salute della gente», dichiara il sindaco Rodolphe Thomas.
In questa cittadina di 24.000 abitanti situata nell'agglomerato di Caen, il wifi permetteva alle scuole di collegarsi senza fili ad internet, attraverso il comune [ovvero attraverso una connessione senza fili che partiva da un'antenna installata sul municipio, vedi foto accanto - N.d.T.]. La dozzina di siti interessati [ovvero di scuole che utilizzavano il wi-fi - N.d.T.] avrà ormai un accesso individuale a Internet [e col cavo, non più senza fili ovviamente - N.d.T.].

La municipalità finanzierà inoltre una dozzina di misure di campi magnetici nel comune per un totale di 4/5.000 euro. L'obiettivo è quello di cambiare o spostare certe antenne se il campo è troppo forte

«Faremo ricorso al tribunale» se gli operatori rifiuteranno di farlo, afferma la municipalità.

Fonte agenzia AFP

Ulteriori notizie su quanto avvenuto in quella cittadina le possiamo apprendere dal sito dello stesso movimento democratico cui appartiene il sindaco di Hérouville-Saint-Clair.

Qui di seguito la traduzione dell'articolo Hérouville-Saint-Clair s'attaque aux antennes relais del 28 aprile 2009.
Il sindaco di Hérouville, Rodolphe Thomas (il secondo da sinistra nella foto a fianco) ed i consiglieri vogliono limitare l'impatto delle antenne.

La municipalità applicherà un principio di precauzione riguardo alle onde emesse dalle antenne. Prima misura: eliminare il wi-fi dalle scuole primarie.

Precauzione
«Le onde elettromagnetiche hanno degli effetti sul sistema nervoso ed immunitario. Esse possono causare disturbi del comportamento e del sonno. Esse sono anche all'origine dei rischi di leucemia infantile e di tumori cerebrali». Ispirandosi allo studio «Bioinitiative» realizzato da un collettivo internazionale di 14 scienziati nel 2007, i consiglieri di Hérouville-Saint-Clair si preoccupano della nocività di queste onde. Anche se nessun caso di questo genere è stato ancora rilevato ad Hérouville, i consiglieri preferiscono applicare un principio di precauzione nei riguardi delle antenne.

Dozzine di antenne
Con le nuove tecnologie, queste onde sono dappertutto: GSM et 3G per la telefonia mobile e Wi-Fi e Wimax per internet. A Hérouville-Saint-Clair, cittadina dell'agglomerato di Caen, diverse dozzine di antenne circondano gli abitanti.

Antenne molto care
Installate un'antenna sul tetto di un immobile ha un costo : 100.000 €. In seguito gli operatori devono pagare l'affitto di questo spazio che è dell'ordine di 1.500 / 2.500 € al mese. Per limitare le loro spese, gli operatori riducono il numero delle antenne e aumentano l'emissione delle onde [ovvero l'intensità delle onde emesse da una singola antenna - N.d.T.].

Misurare la nocività
La municipalità ha appena aderito a Robin des toits [Robin dei tetti] e alla Criirem, due associazioni che lottano per la sicurezza sanitaria delle popolazioni esposte alle nuove tecnologie di telecomunicazione senza fili. Per evitare il sistema «pernicioso» o l'emettitore di onde ed anche per controllarlo, il comune ha chiesto a queste due strutture indipendenti di fare delle misure all'interno della città.

Norme d'esposizione
«Il limite di esposizione raccomandato dalle norme di legge è di 0,6 V/m (volt al metro). In Francia, il limite massimo autorizzato è di 41 V/m», spiega Philippe Le Boulanger, direttore del servizio informatico. Se la nocività delle onde divenisse troppo elevata, il comune «non esiterebbe a ricorrere al tribunale per obbligare gli operatori a ritirare le loro antenne», afferma il sindaco.

Soppressione del Wi-Fi nelle scuole
Dal momento che i più giovani sono i più colpiti dalle onde, il comune eliminerà il sistema Wi-Fi dalla sua dozzina di scuole primarie. Questa tecnologia, che permette di accedere senza fili ad internet, sarà rimpiazzata dall'ADSL fornito attraverso le fibre ottiche. Malgrado questa precauzione, i bambini resteranno esposti alle onde. Perché il Wi-Fi è dappertutto e le emissioni delle antenne possono arrivare a centinaia di metri di distanza.

Campagna d'informazione
Il sindaco distribuirà un opuscolo con dei consigli per gli utilizzatori: evitare di mettere il cellulare nella tasca dei pantaloni, scegliere accuratamente il proprio telefono portatile, utilizzare il kit per avere le mani libere [microfono ed auricolare - N.d.T.]. «Non si tratta di spaventare ma di sensibilizzare» ha concluso Laurent Mata, incaricato del sindaco per lo sviluppo sostenibile.

Émilie CHASSEVANT - Francia dell'Ovest, martedì 28 aprile 2009

Per saperne di più potete guardare il documentario dell'emittente privata Citizen TV: Les antennes relais inquiètent les riverains à Caen (ovvero Le antenne preoccupano i riveraschi di Caen).

http://www.youtube.com/watch?v=mpmdPW_pOHE&feature=player_embedded

http://dailymotion.virgilio.it/video/x95584_caen-les-antennes-relais-inquietent_news#from=embed

venerdì 15 aprile 2011

Corte di Giustizia Europea : i fornitori di servizi internet ( provider) non possono essere costretti a filtrare il traffico degli utenti

Un fornitore di servizi internet (isp) ( provider ) non può essere costretto a filtrare il traffico dei suoi utenti per controllare violazioni del copyright: nella sua opinione preliminare l'avvocato generale alla Corte di Giustizia europea, Pedro Cruz Villalón, sottolinea che "l'installazione di sistemi per filtrare e bloccare (contenuti, ndr) è una restrizione del diritto di rispettare la privacy delle comunicazioni e del diritto alla protezione dei dati personali: entrambi sono protetti dalla Carta dei diritti fondamentali (dell'Unione europea, ndr)".

È l'ultimo capitolo di una battaglia regale che risale al 2007. Sabam è l'organizzazione belga che riunisce autori, compositori ed editori: aveva ottenuto una sentenza che imponeva a Scarlet, un fornitore di servizi internet, di impedire che i suoi utenti scaricassero materiali protetti da copyright, come i brani musicali. In particolare, l'isp doveva provvedere entro sei mesi ad adottare le misure tecnologiche adatte a controllare il traffico di dati e prevenire infrazioni del diritto d'autore. Ma l'azienda si è rivolta alla corte di appello di Bruxelles che, a sua volta, ha chiesto alla Corte di giustizia europea se l'adozione del sistema di monitoraggio avrebbe potuto violare le normative su privacy e protezione dei dati.

L'avvocato Pedro Cruz Villon sottolinea nel suo parere, invece, che non si può essere certi a priori del contenuto dei file per sapere se hanno infranto o meno la normativa sul copyright. Inoltre, un sistema di controllo coinvolgerebbe anche utenti che comunicano con l'isp belga. Ma Villon evidenzia che "una restrizione dei diritti e delle libertà degli utenti di internet come quella in discussione sarebbe permessa soltanto se fosse adottata su basi legali nazionale che fossero accessibili, chiare e predicibili".

Esulta Rick Falkvinge, leader svedese del partito dei pirati. Nel suo blog scrive che "nessun tribunale può imporre di filtrare i contenuti a un isp, in particolare non per una applicazione di copyright monopolistico". E prevede che il parere della Corte di Giustizia avrà influenza anche in altre nazioni.

fonte : Sole24h

martedì 8 marzo 2011

Freerumble, l'audio-social network che parla agli utenti

Invenzione tutta italiana quella del primo social network basato su file audio: Freerumble.com.

Su questa nuova piattaforma, gli utenti non solo potranno scambiarsi pensieri, chiacchierare, consultare una Rumblepedia, ma anche raccontare storie: già on-line , per esempio, un approfondimento sulla... lenticchia.
Freerumble ha anche una parte Secrets, in cui è possibile scambiare messaggi audio privati, con "il vantaggio rispetto ad altre piattaforme social di una maggiore discrezione e tutela della privacy", come spiega l'ideatrice del network, scrittrice nonché portavoce dell'Istituto Nazionale di geofisica e Vulcanologia (Ingv).
Freerumble.com ha anche un obiettivo sociale, di aiuto ad ipovedenti e non vedenti.
E’ stato infatti realizzato anche grazie alla collaborazione dell'Osservatorio Siti Internet dell'Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti.
Infine, l'Anlaids (Associazione nazionale per la lotta contro l'Aids), ha attivato un canale grazie al quale sarà possibile usufruire di consulenze mediche in totale privacy e riservatezza.

fonte : Liberonews

giovedì 20 gennaio 2011

Notizie allarmanti sulla riservatezza in rete. Ma c'è un MA..

UN ITALIANO SU QUATTRO A RISCHIO FRODE

All'Unicri (United Nations Interregional Crime and Justice Research Institute), è stata commissionata una ricerca per stabilire quanto sia l'effettivo livello di rischio di furto d'identità corso dagli italiani.

La prima cosa che è emersa dall'inchiesta è che in pochi effettivamente sanno cosa sia il furto d'identità. Nonostante questo è stato chiesto agli italiani cosa ne pensano del furto d'identità e l'80% ha risposto che sono preoccupati. Beh, se a me chiedessero se sono preoccupato di una qualsiasi cosa che include le parole: frode, furto, cataclisma, forse sarei preoccupato anch'io.

La metodologia dell'Unicri è stato di analizzare la clonazione di carta credito, bancomat o telefono cellulare, gli addebiti per prodotti e servizi anche via Internet non richiesti/consegnati e le adesioni a contratti via Internet o telefono senza saperlo. Da questi dati sono giunti alla conclusione che il 26% degli italiani è a rischio. O meglio...

Il 25,9% degli italiani e' stato sottoposto a una potenziale frode di identita' nel corso dell'ultimo anno.

Questo vuol dire che
a) hanno contato oltre 15 milioni di casi di furto d'identità nell'ultimo anno
b) oltre 15 milioni di italiani hanno sporto denuncia per furto d'identità
c) questo dato sembra parecchio manipolato.

Io tenderei a pensare che la risposta giusta sia la c) altrimenti anche tra quelle poche persone che conosco una su quattro sarebbe dovuta essere stata una vittima nell'ultimo anno. Invece delle persone conosco, nessuna è stata vittima di questo tipo di furto.

Ah, dimenticavo, il rapporto è stato commissionato dalla Cpp: un'assicurazione.

ed è proprio la tipologia del committente che fa venire dubbio, guarda caso sempre allarmi che coivolgono i nostri risparmi, ma mai una notizia sulla loro tutela..

giovedì 13 gennaio 2011

Le applicazioni di iphone e android vi spiano scoprite quali

Se usate iPhone o uno smartphone con Android, sappiate che moltissime applicazioni sono delle vere e proprie spie, che inviano la vostra età, il sesso, la località e il numero di telefono ai proprietari dell’applicazione stessa o a società di advertising. Lo dimostra un’inchiesta del Wall Street Journal che ha analizzato 101 applicazioni per iPhone e Android.

Tra le applicazioni più ‘spione’ c’è Textplus 4, per i messaggi di testo su iPhone, che invia l’ID unico del telefono a ben otto compagnie pubblicitarie e a due di esse – cosa ancora più grave – il vostro CAP, la vostra età e il vostro sesso. Stesso discorso per l’applicazione musicale Pandora che invia i dati a diversi network di advertising. Se vi piace invece giocare a lanciare la carta straccia nel cestino con Paper Toss, sappiate allora che i vostri dati vengono mandati ad almeno cinque compagnie.

Malgrado Apple Inc. e Google obblighino le applicazioni a chiedere il consenso prima di ottenere le informazioni personali, il WSJ ha scoperto che queste regole possono essere aggirate. Il gioco per iPhone Pumpkin Maker, ad esempio, trasmette la località del telefono senza chiedere alcun permesso.

fonte : Hacker
republic
Il problema è tanto grave in quanto il telefono, a differenza del computer, è sempre con noi ed è quasi sempre acceso. Inoltre, con gli smartphone siamo molto più indifesi. Non possiamo scegliere di non essere tracciati, o disabilitare o cancellare i cookies come sui computer.

sabato 4 dicembre 2010

Wikileaks, Assange : presto documentazione sugli Ufo

«Ci sono certamente riferimenti agli Ufo nei documenti (in possesso di Wikileaks) che devono ancora essere pubblicati», lo ha affermato Assange durante la diretta web in corso sul Guardian rispondendo alla domanda di un lettore che chiede se extraterrestri e ufo siano tra i temi del materiale di cui è in possesso Wikileaks. Nella sua risposta Assange ha aggiunto che Wikileaks riceve anche molte mail da «gente strana sugli, Ufo o che sostiene di essere l'anticristo», ritenute però non adatte per la pubblicazione.
Il fondatore di Wikileaks Julian Assange ha poi ammesso di temere per la vita essendoci «superpotenze» tra i soggetti al centro delle rivelazioni diffuse. «Le minacce per le nostre vite sono di pubblico dominio. Da parte nostra prendiamo tutte le precauzioni necessarie, ma nella misura in cui ciò è possibile trattandosi di superpotenze», ha affermato Assange rispondendo ad una delle domande postagli dai lettori del Guardian durante la diretta via web in corso sul sito del quotidiano britannico.
La maggioranza degli italiani (64%) pensa che il fondatore di Wikileaks Julian Assange sia un benefattore, un Robin Hood del terzo millennio. Soltanto il 36% lo definisce un delinquentello dell'era informatica. È il risultato di Trendsetting, il sondaggio realizzato da Affaritaliani.it e Swg.
In caso di morte di Assange e di distruzione totale dell'organizzazione Wikileaks le informazioni in suo possesso sarebbero però comunque rivelate: «Abbiamo consegnato tutti i documenti in nostro possesso a circa 100mila persone in tutto il mondo che li possiedono in forma criptata. Se ci dovesse accadere qualcosa e non fossimo più raggiungibili, una chiave elettronica verrebbe inviata via web rendendo i file leggibili. A questo punto queste 100mila persone avrebbero il compito di divulgarle».

fonte : net1new

domenica 28 novembre 2010

Appello The Pirate Bay: colpevoli

Confermata in appello la sentenza di condanna già inflitta ai responsabili della Baia durante il primo grado: colpevoli di favoreggiamento all'infrazione di copyright. La pena è la galera e una multa maggiorata rispetto a quella iniziale.

Dopo una fase dibattimentale un po' sottotono rispetto allo "Spectrial" di qualche mese fa, anche il processo di appello agli uomini connessi a The Pirate Bay è giunto al termine. La Corte di Appello svedese ha confermato la sentenza di colpevolezza per i quattro della Baia, responsabili di favoreggiamento all'infrazione di copyright attraverso il servizio di ricerca e download di torrent offerto dal portale, e sanzionati con un tempo variabile di detenzione oltre al pagamento di una multa milionaria.

Peter "brokep" Sunde, Fredrik "TiAMO" Neij e l'uomo d'affari Carl Lundstrom sono stati condannati rispettivamente a 8, 10 e 4 mesi di prigione e al pagamento della somma di 6,5 milioni di dollari da dividere in parti uguali. Manca all'appello Gottfrid Svartholm, assente alle udienze per motivi di salute e in attesa di un giudizio emesso in un secondo tempo.

"The Pirate Bay ha facilitato la condivisione illegale in modo da procurare una responsabilità criminale a coloro che gestivano il servizio - ha sentenziato il giudice - La Corte di Appello ritiene provata la partecipazione dei tre imputati in queste attività in modi diversi e a livelli differenti". Il verdetto riduce il periodo di detenzione rispetto alla sentenza di primo grado, ma aumenta sensibilmente la multa pecuniaria inizialmente stabilita in 2,7 milioni di euri.

fonte : http://punto-informatico.it/

lunedì 8 novembre 2010

Una bomba sui cittadini della rete : patto fra facebook e ministeri Interni taliano

di Alessandro Gilioli
da espresso.it

Il patto tra Facebook e il Viminale ( ministero degli interni italiano ) è un attentato ai diritti dei cittadini digitali. E la prova che gli utenti non possono essere spettatori passivi in un rapporto diretto tra le corporation di Internet e i governi locali

Nel nostro Paese abbiamo assistito negli ultimi anni a un'escalation di norme e di proposte di legge per rendere l'accesso a Internet sempre più difficile, controllato, burocratizzato.

Proprio in questi giorni, ad esempio, l'Agcom sta valutando come rendere operativa l'odiosa normativa sui video on line scritta da Paolo Romani, con probabile pesante tassazione per chiunque abbia un sito su cui voglia caricare del materiale che «faccia concorrenza alla tv».

Contemporaneamente sui giornali della destra si è scatenata la consueta 'caccia all'internauta' che avviene dopo ogni gesto di violenza politica, in questo caso l'aggressione romana a Daniele Capezzone: nel dicembre scorso era stato il gesto di Massimo Tartaglia a Milano a far delirare i vari Schifani e Carlucci in proposito, ottenendo l'effetto immediato di far prorogare per un altro anno le norme medievali e tutte italiane sul Wi-Fi (a proposito: l'altro giorno Maroni ha promesso di "superare" il decreto Pisanu, e tuttavia il rischio è che si vada verso la sostituzione dell'identificazione cartacea con quella via sms, insomma anni luce lontani dalla navigazione libera).

Ma quello che denuncia Giorgio Florian nel suo articolo è molto più grave, forse il più pesante attentato mai realizzato in Italia contro i diritti dei "netizen", i cittadini della Rete.

Il patto con cui la Polizia Postale italiana si è fatta concedere da Facebook il diritto di entrare arbitrariamente nei profili degli oltre 15 milioni italiani iscritti a Facebook, senza un mandato della magistratura e senza avvertire l'internauta che si sta spiando in casa sua, è di fatto un controllo digitale di tipo cinese che viola i più elementari diritti dei cittadini che dialogano utilizzando il social network: insomma, stiamo parlando di una vera e propria perquisizione, espletata con la violenza digitale del più forte.

Aspettiamo quindi urgenti chiarimenti dalla Polizia Postale e dal ministero degli Interni, da cui dipende. E non basta certamente una smentita rituale, perché le notizie pubblicate nell'articolo di Florian provengono da fonti certe e affidabili.

Da un punto di vista politico, inoltre, la cosa è davvero grottesca: mentre la maggioranza di governo si impegna da mesi per rendere più difficili le intercettazioni telefoniche richieste dai magistrati, contemporaneamente il ministero degli Interni si arroga il diritto di intercettare i nostri contenuti e i nostri dialoghi su Facebook senza alcun mandato della magistratura. Viene il sospetto che questa differenza di trattamento sia dovuta al fatto che i politici, i potenti e i mafiosi non comunicano tra loro sui social network, e quindi il loro diritto alla privacy venga considerato molto più intoccabile rispetto a quello dei normali cittadini che invece abitano la Rete.

Allo stesso modo, aspettiamo chiarimenti urgenti sul secondo socio del 'patto cinese' firmato a Palo Alto: Facebook, che da un po' di tempo ha aperto uffici in Italia con tanto di responsabili e dirigenti.

Per prima cosa, Facebook ha l'obbligo di rendere pubblico l'accordo firmato con il nostro Ministero degli Interni, perché riguarda tutti noi, cittadini italiani e al contempo cittadini di Facebook. A cui quindi i vertici del social network devono non solo immediate scuse, ma garanzie precise che questo patto diventi al più presto carta straccia e che i diritti degli utenti vengano concretamente ripristinati e garantiti.

Il social network fondato da Zuckerberg, si sa, è uno straordinario strumento di socializzazione, di promozione di cause sociali e potenzialmente di crescita e confronto di tutta una società. Ma si va manifestando ultimamente anche come una dittatura in cui le pagine e i gruppi vengono bannati in modo in modo arbitrario e insindacabile: e adesso come un informatore di polizia di cui non ci si può più in alcun modo fidare.

Più in generale, quanto accaduto dimostra che i mondi virtuali di cui oggi siamo cittadini (inclusi YouTube, Google, Second Life etc) devono iniziare a rispondere in modo trasparente ai loro utenti. E gli accordi privati con i governi sono esattamente all'opposto di questa trasparenza.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/una-bomba-sui-cittadini-della-rete/2137275

ai lettori la scelta se continuare o meno a frequentare certi social networks..

sabato 6 novembre 2010

il WI-FI libero deve attendere, criteri di sicurezza non vanno sottovalutati

Il mondo della rete tenga lo spumante in fresco. Perché non c’è niente da festeggiare, perlomeno non ancora. Il wifi libero, cioè libero accesso alla rete internet senza obbligo di identificazione per l’utente né adempimenti burocratici per chi lo offre, non arriva a Capodanno. Da quando cioè il ministro dell'interno ci promette di non far valere più gli obblighi derivanti da alcuni articoli del cosiddetto “decreto Pisanu”, quindi se ben si comprende non reiterandolo nel “1000 proroghe” o modificandolo prima che il rinnovo avvenga. Cosa dovrebbe succedere non è chiaro ma proviamo a dirlo fra qualche riga.

Non solo, la situazione resta fluida. E lo provano le dichiarazioni del procuratore antimafia Grasso che ha già parlato di “rischio per le indagini”. Cominciamo proprio da qui, a vedere i due nodi di equivoco che ci sono in ciò che è successo.

Dice il procuratore: “Bisogna rendersi conto che dietro queste reti wi-fi e internet point ci si può nascondere benissimo nella massa degli utenti non più identificabili e si possono trovare anche terroristi, pedofili e mafiosi“. Il procuratore ci sta dicendo che se viene meno l’obbligo di dare la carta di identità e il registro che verifica chi si è collegato, da quale computer, a che ora, sia la lotta al terrorismo che alla pedofilia subiranno danno in questo paese.

Qui non pensiamo male dei magistrati per default, ma è deludente che il procuratore ceda a una semplificazione così forte. E l’argomento è molto complesso ma di rilevanza internazionale. E’ verosimile che rischi simili, per almeno due fra i problemi citati (terrorismo, pedofilia), siano ben presenti in tutti gli altri paesi occidentali. Anche negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, per dirne due. In quest’ultimo paese le misure di controllo sul web sono perfino più stringenti che in Italia. Ma il wifi è libero. Nei bar di Londra, per le strade, nei grandi magazzini i ragazzi possono collegarsi liberamente. Così accade negli S.u.A. Sono governi bugiardi, i loro?

Controllo non è censura – In realtà in quei paesi l’ossessione securitaria è perfino maggiore che da noi ma il controllo è cosa ben diversa dalla censura. La differenza è solo apparentemento semantica, e riguarda invece il modo e la filosofia alla base del rapporto tra stato e cittadini: negli Usa e in Gran Bretagna la rete è fortemente controllata ma non vi è il grado di censura che vi è da noi (anche se qualche iniziativa recente del governo americano sembra segnalare un orientamento in questo senso).

E allora pedopornografi e terroristi usano gli “starbucks” per fare le loro sporche cose? Oppure ci sono metodiche di indagine, tecniche e tecnologie più raffinate per fare quel lavoro? E c’è un mondo di professionisti della sicurezza che non usa modelli di retorica basata sulla paura per comunicare?

Certo, bisogna avere competenze. Voglia di farlo. E non voglia di seguire la scorciatoia per cui è meglio chiudere tutto, fermare tutto, filtrare tutto e poi si vede chi è a posto e chi no, la retorica del “identificazione, documenti prego!”.

Per esempio, i cittadini italiani non lo sospettano ma in Italia esiste una censura “alla fonte” sulla rete, che li “difende” da contenuti “pericolosi” semplicemente non permettendogli di vedere un certo elenco di siti. E’ un elenco che cambia di giorno in giorno e che permette alle autorità di polizia di chiudere il rubinetto che permette di vedere, tra gli altri, una serie di siti di gioco on line che non sono propagandisti di pedofilia o di rovina delle famiglie. Ma sono solo non compresi nella lista di quelli autorizzati dal governo. Lo stato biscazziere si fa monopolista dell’etica.

L’ambiguità del provvedimento – Esiste poi una ambiguità relativa al provedimento che, si spera, venga chiarita nei prossimi giorni. Anche perché ne mancano pochi alla fine dell’anno, quando cioè il decreto Pisanu dovrebbe decadere.

Il ministro dell'interno non dice affatto che il wifi sarà libero. Circolano già notizie monche sugli “smartphone” di cui non si capisce (oggi sat 06.11.10 ore 15) il senso e il contenuto. In realtà è probabile che si sostituisca l’identificazione “pesante” prevista dal decr.Pisanu con una più leggera, basata sul numero di telefono cellulare. Non si sa che fine facciano gli obblighi di indentificazione per chi offre la connessione (il bar, l’albergo), se cioè verranno abolite pratiche e praticuzze che di fatto fanno da deterrente o danno luogo a speculazioni assurde. In certi alberghi si arriva a chiedere fino a 15 euro per 24 ore di connessione.

Ma la situazione non è chiara. E’ invece chiaro che nei pochissimi giorni che ci separano dal 1 gennaio, dovrebbe essere preparato un decreto ministeriale, quasi certamente dal ministero dello sviluppo economico insieme a quello degli interni, che preveda nuovi adempimenti e nuove modalità. Dopodichè cosa succede: si fa un decreto legge (soluzione veloce)? O si prende la strada del disegno di legge (cioè ci state prendendo in giro)?

Sarebbe importante saperlo. Altrimenti mentre i poteri fra loro dialogano sulla sostanza, come accade con la dichiarazione del procuratore Grasso, all’opinione pubblica vengono offerti i lecca lecca della propaganda. Caramelle dai conosciuti, insomma.

fonte : repubblica.it

martedì 28 settembre 2010

Ushahidi La storia della piattaforma d’informazione collettiva che permette a chi ha bisogno di comunicare con i potenziali soccorritori

ushahidi

E' il Guardian a spiegare di cosa si tratti. Gli ideatori lo definiscono una “piattaforma d’informazione collettiva”, inventata nello spazio di un week-end come risposta alle violenze scaturite dalle precedenti, e contestatissime, elezioni keniote del 2008. Ma il modo migliore per descriverlo è raccontare a cosa serve.

Al Guardian lo ha spiegato Erik Hersman, co-fondatore di Ushahidi e blogger, che si trovò a dover fronteggiare l’enorme numero di testimonianze sugli scontri che stavano avvenendo in tutto il Paese. Queste segnalazioni venivano documentate nei commenti di diversi blog, e in particolare sul blog dell’avvocato keniota Ory Okolloh, Kenyan Pundit: Nella prima settimana di violenze post-elettorali tutti provavamo a documentare sui nostri blog quello che stava succedendo, e in un post qualcuno evidenziò il possibile uso che si poteva fare di Google Maps per mappare ciascuno degli incidenti che stavano avvenendo. Perciò io pensai “già, dobbiamo farne qualcosa di questa idea”: stavamo cercando soluzioni tecnologiche per ovviare alle inefficienze dei commenti – quella sembrò una buona risposta.

L’idea fu lanciata in fretta e furia il lunedì successivo a un operoso week-end di lavoro, sulla scorta dell’urgenza di dare una – anche piccola – risposta alle violenze che si verificavano quotidianamente nel Paese. A dispetto dell’invenzione precipitosa, però, il sistema su cui è fondato Ushahidi è rimasto pressoché lo stesso anche due anni dopo: chiunque può segnalare attraverso diversi canali – internet, email o Twitter, ma anche semplicemente via SMS – quello che sta avvenendo nei pressi, e ciascuna di queste testimonianze viene indicizzata e inserita su una mappa affinché i soccorritori sappiano dove c’è bisogno del loro intervento.

L’opzione telefonica è particolarmente importante nei luoghi meno sviluppati, dove internet non è così diffuso ma chiunque può accedere alla linea telefonica con un cellulare. Su Ushahidi non sono soltanto gli scontri a poter essere documentati ma anche le necessità di qualunque tipo, da quelle di generi alimentari di prima necessità, a quelle di trattamenti medici d’emergenza.

È per questo che dalle elezioni in Kenya del 2008 questo raccoglitore di testimonianze – Ushahidi vuol dire proprio “testimonianza” in Swahili – è stato esportato in numerosi altri scenari, e ha raccolto l’interesse delle Nazioni Unite e della Croce Rossa Internazionale che ne hanno fatto lo strumento ufficiale di mappatura delle necessità sul territorio nelle fasi successive al catastrofico terremoto a Haiti di questo inverno.
Il Post ha parlato con Anahi Ayala Iacucci, trentenne italo-uruguaiana, che dirige Ushahidi Cile ed è coinvolta in numerosi progetti per diffondere l’uso della piattaforma in Guinea, nello Zambia e in Egitto. Sul portato rivoluzionario di un mezzo semplice come questo, Iacucci dice: “Il sistema su cui si basa Ushaidi permette di mappare tutte le informazioni ricevute dandone subito una visualizzazione spaziale che è in grado di fornire al primo impatto non solo un contenuto, ma una organizzazione grafica delle necessità. Di particolare rilievo, inoltre, è la possibilità di raccogliere le segnalazioni secondo categorie scelte e organizzate da chi fornisce le informazioni e non necessariamente soltanto da chi le recepisce”.

Secondo Iacucci, Ushahidi ha anche un grande valore politico: “Un mezzo come questo, che è a disposizione delle gente, taglia il circuito di gestione dell’informazione. L’informazione solitamente è appannaggio dei media nazionali che spesso sono soggetti a censure o veti governativi, cosa molto frequente in particolare nei Paesi in via di sviluppo. In questo senso la potenzialità del mezzo è duplice: laddove l’informazione è potere, con Ushahidi questo potere viene condiviso con tutte le fasce della popolazione, e al tempo stesso diventa mezzo di organizzazione sociale, permettendo a chi fornisce le testimonianze e a chi le utilizza, di lavorare per un obiettivo comune nonostante l’eventuale distanza geografica”.

Naturalmente anche Ushahidi ha i propri punti deboli: “Ushahidi è solo una piattaforma, non una metodologia o una garanzia di qualità. Chi gestisce la piattaforma rimane sempre colui che ne determina la qualità e perciò la buona riuscita dell’iniziativa di documentazione. D’altra parte la piattaforma si scontra con problematiche strutturali: in un posto dove c’è analfabetismo tecnologico, il livello di penetrazione delle informazioni presentate non sarà che una piccola quota di quelle che sono le reali esigenze. Inoltre Ushahidi non è neanche un sistema di verifica delle informazioni: c’è sempre un problema di credibilità delle testimonianze che vengono inserite nel sistema, ma nel tempo è stata la stessa piattaforma a maturare degli anticorpi per riconoscere, o quantomeno avere degli indizi, dell’eventuale scarsa attendibilità di una fonte”.

Con l’affermarsi di questo nuovo sistema di scambio d’informazione, l’uso di Ushahidi potrebbe ampliarsi in ulteriori campi: “Essendo uno strumento di recente invenzione, i fronti di utilizzo della piattaforma sono in continua evoluzione: in questo momento moltissime delle migliorie in procinto di essere rese disponibili riguardano la fruizione attraverso i telefoni cellulari, per i quali sono in cantiere diverse applicazioni che possano rendere ancor più immediata e precisa la comunicazione. Probabilmente, l’ambito destinato a espandersi maggiormente nei prossimi mesi è quello del monitoraggio ambientale ed ecologico, nel quale Ushahidi può svolgere una fondamentale funzione di prevenzione. A questa attività sono particolarmente interessati i Paesi del terzo mondo che sono spesso i primi a subire le conseguenze dei disastri ambientali, e Ushahidi fornisce loro uno strumento di costante osservazione a basso costo. In ogni caso determinare quali siano gli scenari evolutivi che si prospettano a una piattaforma come Ushahidi è pressoché impossibile: l’apertura strutturale del sistema permette possibilità di adattamento potenzialmente infinite”.

domenica 25 aprile 2010

Current Tv parla italiano

www.tsmagazine.co.uk - - -

Current Tv di Al Gore, già presentata in Italia nel 2008 ( sky 130) , ospiterà i servizi dei giornalisti che non trovano spazio sui media tradizionali, ma anche le storiche inchieste di Enzo Biagi e propone spot per le aziende.
L’ex vicepresidente degli Stati Uniti e premio Nobel per la pace grazie al suo impegno ecologista e ambientalista, Al Gore, ha presentato a Perugia la sua Web tv Current Tv. L’aveva già portata in Italia nel 2008. “In Italia ci sono molti bravi giornalisti. Molti di loro sono dovuti venire a compromessi con il modello di business a sostegno delle notizie“, ha spiegato Gore al Festival del giornalismo di Perugia.
La tv, in cui il pubblico contribuisce consigliando le proprie notizie, ha 70 milioni di utenti. Dopo il debutto nel 2005, settimana prossima verrà lanciata in Sud Africa (dove si svolgeranno i mondiali di calcio).
I filmati più interessanti sono remunerati negli Stati Uniti dai 200 ai 1000 dollari; in Italia gli utenti più bravi dovrebbero essere pagati da 200 a 800 euro. Al Gore è co-fondatore di Current TV insieme a Joel Hyatt.
“A chiunque abbia una storia che non viene mandata in onda diciamo: portatela a noi e la metteremo su Current“, ha invitato Al Gore, citando poi Milena Gabanelli, giornalista delle inchieste Rai, ed Enzo Biagi, uno dei padri del giornalismo italiano. Current Tv ha ospitato anche lo show di Michele Santoro, dopo la chiusura della trasmissione Annozero sotto le elezioni regionali. Presto su Current Tv si terrà uno speciale intitolato Saviano racconta Saviano, di Roberro Saviano, l’autore di Gomorra, di recente attaccato dal Premier Silviuo Berlusconi.
Current Tv permette anche di proporre spot per le aziende: se alle aziende gli spot piacciono vengono poi mandati in onda sulla Tv generalista e sulla Pay Tv. Samsung ha finanziato così una delle sue ultime pubblicità.
Al Festival del giornalismo di Perugia ha tenuto banco il “caso ProPublica“, fresco di Pulitzer, ma Luca De Biase di Nòva24 del gruppo IlSole24Ore ha tenuto un keynote speech e in un intervento su IlSole24Ore.com ha citato TechCrunch, Gizmodo ed Engadget come iniziative posteditoriali di successo nell’ecosistema della news: il blog che sa farsi adottare dai lettori.

fonte espresso

venerdì 13 novembre 2009

Privacy: norme globali web per la prima volte regole condivise da tutti

www.tsmagazine.co.uk - - -

Madrid ( Esp)
Approvato il primo pacchetto di regole 'Standard' di protezione dei dati personali anche su Internet, condivise a livello internazionale. E' stato varato oggi a Madrid dal vertice mondiale dei garanti della privacy. Gli standard approvati non hanno valore vincolante per i governi. Ma, afferma il garante italiano, costituiscono una forte pressione sui governi 'perche' procedano sulla strada di una regolamentazione globale'.
ansa.it