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giovedì 6 dicembre 2018

Solstizio d’inverno - Festività e quanto molto ci resta dei Romani


Nella notte  fra il 21 e il 22 dicembre, oltrepasseremo senza accorgercene, il solstizio d’inverno.
Dal 17 dicembre al 6 gennaio attraverseremo una lunga serie di ricorrenze solari. ll Natale cristiano è una delle tante feste che dimostrano come un concetto cronologico saldamente associato ad antiche religioni pagane del tempo e della fertilità sia stato assimilato, non senza imbarazzi, dal cristianesimo, assumendo via via nuovi significati. 
La religione romana, bollata dai cristiani come superficiale e puramente liturgica, fu, in realtà, tutt’altro che banale. 

Fra il 17 e il 23 dicembre si celebrava a Roma la festa di Saturno, con banchetti e scambi di auguri e di modesti doni. Il nostro termine “strenna” deriva da “strena”, parola latina a sua volta derivante dall’antica lingua dei Sabini, che starebbe ad indicare il dono augurale. In questi giorni, fra i più brevi e oscuri dell’anno, le diverse divinità del sottosuolo (Saturno, Plutone, Dis Pater) uscivano dall’inferno e vagavano sulla terra. 
Nella mentalità antica, ambigua per definizione e per noi quasi incomprensibile, queste divinità tutelavano da un lato le anime dei defunti, dall’altro le campagne e i raccolti. Poiché si temeva che le loro cupe processioni potessero danneggiare il ciclo della fertilità, interrompendo il periodo del riposo invernale del terreno, si offrivano loro doni e feste per favorire il loro ritorno nell'aldilà e il loro ricollocarsi nel ciclo stagionale.

martedì 25 ottobre 2016

i rischi dell'utilizzo di plastica


Collaborazione di Greta Orsi e Silvia Scognamiglio

Negli ultimi sessanta anni la plastica ha rivoluzionato la nostra vita e ormai avvolge tutto, anche il cibo che mangiamo ogni giorno. Basta pensare che il 90% degli imballaggi alimentari è in plastica, dalle bottiglie dell'acqua alle alici sott'olio, dagli utensili da cucina ai contenitori, ai piatti.
Le plastiche sono colorate, morbide, dure, trasparenti, ma per realizzarle servono plastificanti, antiossidanti, inchiostri, solventi. Una piccola dose di sostanze chimiche migra dal contenitore al cibo. Ci sono delle norme europee da rispettare e dei limiti da non superare perché alcune sostanze interferiscono col sistema endocrino, e altre sono cancerogene. Però si scopre che il limite consentito per il bisfenolo A, contenuto in molte lattine (dalla conserva al tonno), per le autorità sanitarie francesi non è sicuro, e quella sostanza in Francia è stata bandita. Un calcolo che nessuno ha fatto è sulla somma delle sostanze che a fine giornata una persona assume. Invece per quel che riguarda le dose massime giornaliere consentite, si riferiscono a un adulto di sessanta chili. Nessuno sa quale sia la dose tollerabile per un bambino. L'inchiesta ricostruirà i comportamenti quotidiani che espongono di più a questi interferenti endocrini, a partire dalle tende per doccia in pvc, e darà anche indicazioni su come limitare i danni.
fonte : http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-55b85b62-3186-4ebd-a9fe-7eb7c5cb79b1.html

lunedì 10 ottobre 2016

Influenza.. cosa da sapere

arriva l'autunno e cominciano gli allrmi sull'influenza.

qui di seguito pubblichiamo un articolo diun medico chirurgo ricercatore in merito.

Il sistema immunitario e il suo valoroso e caloroso cavaliere: la febbre (seconda parte)

 Ecco, ecco la seconda parte sul sistema immunitario; ho covato a lungo l’argomento caldo… e vi pubblico finalmente il serpentone di spiegazioni sulla febbre; alzino le mani quelli di voi che non ne sono terrorizzati!!

 

 

Ohhh, vi vedo in due, tre, forse quattro? Potete cambiare blog; agli altri consiglio di leggere fino in fondo. Ma avverto sarà impegnativo, perché vorrei dirvi proprio tutto quel che c’è da sapere :-)
Ricordate che nel primo post sul sistema immunitario vi ho spiegato che il sistema immunitario nasce *autonomo* e “autoeducante*; è cioè potenzialmente in grado di fare i conti con se stesso ed è programmato per diventare un’efficiente compagno di vita, allenandosi “caldamente” sopratutto nei primi sette anni di vita… ed ecco la febbre, la sua migliore e fedele amica.
Questo è un dato di fatto, scientificamente provato, ma è soprattutto sperimentato e verificato dalla medicina empirica-popolare, ed in seguito acquisito anche dalla pediatria fino a circa 30 anni fa; poi, per motivi che non voglio indagare, si è sparsa la voce che la febbre è pericolosa, fa venire la meningite, le convulsioni, perfino l’epilessia: questa specie di “virus-mentale-ansia-dipendente” gira nelle sale d’aspetto dei pediatri e nei cortili scolastici. Ma come si dice da queste parti: “la madre dell’ignoranza è sempre incinta”.
Con questo la febbre non va comunque presa alla leggera e il piccolo o grande paziente dovrà stare a casa, meglio a letto: la febbre alta (oltre 39°) è spesso accompagnata da un senso di notevole prostrazione (imposto saggiamente dal cervello) per impedire che usciamo di casa, quindi preferiamo stare a cuccia nella caverna.
Esistono interessanti esperimenti fatti sulle lucertole, animali a sangue freddo, quindi senza sistema di termoregolazione autonomo.
Se ai rettili in questione viene iniettata una soluzione batterica e se nella loro gabbietta si trova una lampada calda le lucertole approfittano istintivamente per surriscaldare il loro corpo, guarendo. A lampada spenta invece deperiscono.
Come vedete la febbre ha radici lontanissime nell’evoluzione.
Per risparmiare spazio vi elenco prima i maggiori vantaggi, poi vi spiegerò come gestirla al meglio.
Quelle che seguono sono osservazioni riferite ad organismi sani:
1) la febbre attiva l’intero compartimento immunitario come per esempio le cellule killer (=cellule immunitarie che spazzano via gli invasori; virus e batteri – avete notato come siamo sempre “bellici” nel linguaggio medico? andrebbe modulato questo vizio!);
2) ricerche del prof. Zeisberger dell’Università di Giessen hanno evidenziato che la febbre attiva specifiche proteine che tolgono temporaneamente il ferro dal sangue, perché i batteri non riescono a moltiplicarsi in assenza di ferro (sotto questa luce sarebbe interessante rivedere l’anemia delle donne gravide, e se questa, ovviamente entro un certo limite, non possa far parte della logica immunitaria che è specificamente modulata in gravidanza);
3) aumenta la circolazione periferica e si abbassa la pressione (così magari ci si reca finalmente a letto); per far sì che questo accada aumenta leggermente la frequenza cardiaca, e finalmente l’intero organismo viene inondato dal benefico calore che in teoria e in pratica può raggiungere 41 Gradi (e voi sarete già svenuti dalla paura);
4) lo stato generale del malato può cambiare notevolmente; bambini sani giocano e girano per casa tranquillamente con 39-39.5 gradi. Chi è debole di energia tende a fermarsi invece molto prima;
5) con la febbre molto alta è facile che compaiano stati simil-onirici che non sono pericolosi;
6) la febbre compare/sale spesso significativamente nel tardo pomeriggio, quando inizia il cosiddetto Vagotono o Parasimpatico, cioè quella funzione corporea che gestisce praticamente il sistema immunitario (=il nostro medico-interno);
7) inizialmente compaiono brividi e senso di freddo; mani e piedi a volte diventano ghiacciati; tutto ciò significa che la febbre sta crescendo. Una volta raggiunta la temperatura desiderata, il corpo si assesta sulla temperatura da viaggio, ovviamente in base alla gravità dell’affezione;
8) un dato curioso che merita l’attenzione: se la temperatura corporea normale è poco più di 36 gradi la febbre può salire fino a 41 gradi; quindi 5 gradi!… ora provate scendere 5 gradi (36 – 5 = 31; decisamente una temperatura incompatibile con la vita!). In giù possiamo quindi scendere 1-1,5 gradi, poi scattano seri problemi di ossigenazione dei tessuti, molti sistemi enzimatici si bloccano e si rischia la vita.
Per questo motivo ci svegliamo durante la notte quando abbiamo freddo: per provvedere ad una fonte di calore migliore e sopravvivere. Meditate bene su questo dato per favore!
9) la temperatura ascellare è mezzo grado sotto quella presa per via anale. La temperatura reale (interna nel corpo) è quindi il valore anale;
10) è importante comprendere che lo stato di prostrazione ha unicamente la funzione di costringerci a riposare (per non perdere inutilmente preziosa energia). Per il medesimo motivo sparisce spesso l’appetito, sempre per non perdere energia nella digestione. Quindi il nostro sistema corporeo viaggia semplicemente e furbamente con le sue riserve energetiche.
11) un’ultimo aspetto mi sembra meritevole di essere menzionato per la febbre dei bambini; dopo ogni febbre importante (specie quellle relative alle malattie infantili) il bambino è cambiato profondamente, ha fatto un importante salto di crescita: inizia ad esempio a gattonare o a camminare, o finalmente parla, o finalmente dorme tutta la notte; succede perfino nei grandicelli, che magari all’improvviso comprendono meglio la matematica. Questi dati derivano da generazioni di osservazioni attente e curiose. In natura non esite crescità graduale; tutto procede a salti quantici. La primavera non arriva gradualmente: uno, poi due, poi tre margherite: vi alzate una mattina e la primavera è arrivata. Così è la crescità umana, irrompente, a volte violenta.
Anche da adulti succede cosi; la vita vi mette nella “lavatrice dei problemi”, e quando ne uscite siete profondamente maturati.
Le regole per gestire la febbre al meglio:
a) controllare *sempre* le gambe e i piedi; sono caldi?
Non poche volte sono addirittura ghiacciati, quindi vanno scaldati al più presto con i mezzi a disposizione; coperta di lana, borsa dell’acqua calda, pediluvio caldo, bagno intero a 37 gradi.
Per essere veramente chiari vi faccio un esempio; se fate sedere un bambino in acqua calda (36/37 gradi) e il bimbo ha la febbre (per esempio a 39 gradi), chi scalda l’altro? L’acqua scalda il bambino ulteriormente o il bambino scalda l’acqua (cedendo il bambino appunto temperatura) fermatevi e ragionate un’attimo.
Ovviamente la risposta giusta è la seconda (eh eh… la legge di termodiffusione)!
Dall’esperienza pratica attenta sappiamo che le convulsioni avvengono nella stramaggior parte dei casi quando c’è una notevole differenza di temperatura tra il torace e l’addome: testa, torace, braccia e mani bollenti, e al contrario pancia, gambe e piedi ghiacciati; situazione pericolosa soprattutto nel bambini piccoli che va *subito* corretta con adeguate misure. Con questo semplicissimo controllo si abbatte praticamente il rischio delle convulsioni.
Un vecchio detto popolare descrive la salute con queste parole semplici e incisive: “testa fresca-piedi caldi”: infatti durante le malattie abbiamo spesso i due poli invertiti, testa bollente e piedi ghiacciati, e nel bimbo piccolo e predisposto questo può generare appunto una convulsione.
b) se il bambino è piccolo tenetelo pure in braccio; il vostro corpo ha ca 36.5 gradi, quindi non lo scalderete ulteriormente; essere coccolati fra le braccia è un calmante insostituibile con altri sistemi; un vecchissimo detto pediatrico diceva; “la prima medicina è la mamma (calma, calmina… e non agitata ovviamente);
c) l’idratazione, lo sappiamo tutti, è importantissima; se è gradita può bastare l’acqua, ma spesso soprattutto il bambino la rifiuta; allora preparate la seguente pozione super efficiente; un quarto di litro di acqua (a temperatura ambiente) + il succo di un limone bio + un pizzico di sale marino integrale + zucchero di canna (quello vero) o succo d’acero o malto di riso o d’orzo (circa 1-2 cucchiaini).
Questa bibita è una sorta di tiramisù per gli stati febbrili e sostiene il sistema idro-salino e la glicemia.
Nota; non va usato il miele, se non al limite in piccola parte: lo zucchero è più adatto nel caso di febbre. Se state bene invece leggetevi la bella ricetta di izn sul pasto nudo.
d) come è messo l’intestino? Se il malato non è andato di corpo, magari addirittura da 2 o 3 giorni, urge un clistere. La medicina popolare usava i clisteri anche nel caso di intestino regolare, perché comunque hanno un’effetto raffreddante sul corpo. Forse ricordate il freddo che ci viene quando abbiamo la diarrea; questo succede perché si perdono tante unità di calore dall’intestino. In certi casi basta anche una supposta, pur di svuotare bene il colon. L’intestino pieno e non scaricato produce molte tossine (putrefascine) che pesano soprattutto sulle capacità epatiche.
e) quali cibi sono indicati: la febbre è una situazione catabolica, cioè produce molte tossine: per questo motivo sceglierete piatti leggerissimi e senza proteine. Perfetta è la frutta, la più digeribile è la frutta cotta, e la regina in questo campo è la mela: quindi mele cotte a dadini nel tegamino (cottura con poca acqua per 7-8 minuti) volendo si aggiunge uvetta sultanina (remineralizzante e zuccherina), senza dimenticare la presina di sale marino (tonico). Vanno bene anche le pere, bene anche le pesche sciroppate della nonna.
Se invece il paziente ha fame va bene un risotto con verdure tipo zucchine, carote, zucca, dipende dalla stagione – lasciatevi guidare dall’istinto (non vanno bene però le solanacee: pomodoro-melanzana-peperoni). La cipolla è sempre indicata (disinfettante-antivirale-fluidificante). Eviterei accuratamente tutti formaggi; per dare sapore usate il sale marino integrale. La voglia di dolci invece si soddisfa bene con fette biscottate e marmellata. Ovviamente niente cioccolato, né dolci industriali.
Tecniche per modulare/abbassare la febbre se è molto alta:
Ma cosa vuol dire febbre alta mi chiederete?
La febbre è troppo alta quando abbiamo un forte disagio; cefalea-irrequietezza-forti dolori alle ossa-stato di prostrazione molto forte.
Dovremo quindi imparare a integrare varie informazioni: il dato reale della temperatura-stato del paziente-appetito-durata della febbre. Ci vuole un po’ di esperienza e buon senso. Se per esempio un bimbo che ha 40 di febbre insiste per rimanere sotto le coperte e urla e protesta quando lo volete scoprire sappiate che siete di fronte ad un piccolo wikingo in crescita che sta sperimentando il suo istinto; lasciatelo allora in pace. Diverso il caso di un bambino che sperimenta la terza febbre in un mese, che ha magari già fatto molte terapie soppressive (antibiotici-cortisone) e che sta fiacco in un angolo del divano; qui ci vuole un’attenta valutazione medica. A rinforzarlo ci si penserà dopo, una volta che si è messo in piedi.
Per abbassare/modulare la febbre esistono molti sistemi semplici fisici;
  • pediluvio a temperatura gradita, ma mai sotto i 35 gradi, e il calore uscirà letteralmente dai piedi e la testa si libera dalla pesantezza. Utilissimo aggiungere un bicchiere di aceto nell’acqua.
  • bagno intero in vasca se gradito (i bambini lo amano molto): temperatura calda, che vuol dire 36-37 gradi (se mettete un bambino con 40 di febbre in acqua a 20 gradi vi collassa immediatamente per shock termico… non ridete, c’è chi lo ha fatto!). Al bagno potete aggiungere 1o 2 bicchieri di aceto di vino bianco, oppure come al solito il sale integrale.
  • impacchi freschi sui polpacci. Si procede solo a gamba calda, mi raccomando. Immergere un telo di cotone/lino in acqua a temperatura ambiente, strizzare e avvolgere uno dei due polpacci (solo una gamba). Quando il telo è diventato caldo, avendo quindi tolto calore dal corpo, si procede sull’altro polpaccio e così via. Si possono fare impacchi del genere anche sui polsi, ma sono meno gradevoli;
  • mai il ghiaccio in testa: è un’errore, perché costringete il calore del corpo ad attraversare il cervello per arrivare al ghiaccio! Infatti i bambini lo odiano e lo tirano via appena possono. Molto meglio il ghiaccio nella zona inguinale (appoggiato sopra i vestiti, leggeri ovviamente); qui passano dei grossi vasi sanguigni (che trasportano letteralmente il calore), quindi avviene un buono scambio termico e la prima che ne approfitta è proprio la testa;
  • spogliare il paziente; le gambe soprattutto, eventualmente le braccia, mai invece denudare: il tronco ha bisogno di una temperatura calda, quindi tenere almeno una canottiera pesantina.
Ovviamente ci sono poi tutti gli antipiretici del caso: a me non piacciono tanto, sono in fondo soprattutto una specie di “psicofarmaco per il genitore”; vanno comunque usati con cautela e servono unicamente per togliere la “punta della febbre”, ma non per portare il corpo a temperatura normale, perché usati in questo modo impedirebbero così il preziosissimo lavoro del sistema immunitario che è direttamente proporzionale alla temperatura.
Gli antipiretici naturali, soprattutto omeopatici, vanno prescritti da un medico competente in materia e che conosca molto bene il paziente, la sua costituzione, la sua storia clinica. Un buon medico istruisce la madre pian piano a prendere delle decisioni, man mano che prende confidenza con il suo ruolo.
Purtroppo nessuno di noi ha più in casa una nonna o bisnonna che ha tirato su 4-5 figli; quelle donne avevano sviluppato un occhio infallibile per capire quando una situazione fosse tranquilla e quando rischiosa. Ma del resto siamo qui per rivedere e rivalutare tutte queste conoscenze.
Mi piace pensare che gli antipiretici chimici in realtà non servono mai, escluso rarissime eccezioni.
Credo fermamente che possiamo tornare a sperimentare che un corpo ben nutrito, cresciuto all’aperto, con relazioni familiari sane, il gioco vero, il passare pian piano le malattie dell’infanzia, l’assenza delle vaccinazioni e l’abuso di antibiotici e cortisonici, siano le migliori garanzia per un corpo e una mente sana.
Non disperatevi, si possono fare sempre e comunque dei passi importanti. In questi ultimi anni ho visto un’importante riscoperta di consapevolezza nelle giovani famiglie; ed è un piacere immenso per me poter vedere crescere i bambini bene fin dall’inizio.
Così si conclude la maratona su questo spinoso argomento; attendo i vostri commenti, le ansie, le perplessità, ma soprattutto le vostre esperienze personali.

fonte :  http://www.sabineeck.com/
http://www.sabineeck.com/il-sistema-immunitario-e-il-suo-valoroso-e-caloroso-cavaliere-la-febbre-seconda-parte/

1^ parte : http://www.sabineeck.com/il-sistema-immunitario-figlio-geniale-di-madre-natura-prima-parte/

venerdì 9 agosto 2013

INDONESIA: SCOPERTA UNA PIRAMIDE ANTICA COSTRUITA PIÙ DI 9 MILA ANNI FA?

Danny Hilman, geologo senior del Centro Indonesiano per la Ricerca geotecnica e titolare di un dottorato di ricerca presso l’Istituto di Tecnologia della California, è sull’orlo di quella che potrebbe essere una scoperta sconvolgente sulla storia dell’umanità: la scoperta della più antica piramide del pianeta.





Il team guidato da Hilman sta lavorando sul sito di Ganung Padang, una collina nascosta tra i vulcani indonesiani, a circa 120 chilometri a sud di Giacarta, piena di pietre giganti che ne fanno il più grande sito megalitico dell’Asia Sudoccidentale.
Il sito di Ganung Padang, scoperto nel 1914 da due coloni olandesi, si estende sulla collina con una serie di terrazze realizzate con enormi rocce rettangolari di origine vulcanica. Ma, secondo Hilman, i megaliti di superficie sono solo la punta di un iceberg molto grande. Il ricercatore, infatti, ritiene che le pietre visibili sulla collina siano, in realtà, la cima di una piramide, una realizzazione molto più complessa di semplici terrazzamenti.
Hilman è convinto che l’antica struttura potrebbe precedere l’inizio ufficiale della storia di una decina di millenni o più, il che suggerisce che a Java potrebbe essere esistita una civiltà antica molto avanzata. “È più antica di 9 mila anni e potrebbe risalire fino a 20 mila anni fa”, dice Hilman. “È pazzesco, ma sono i dati”. Se l’ipotesi del ricercatore è corretta, siamo sull’orlo di una scoperta che potrebbe riscrivere la storia dell’umanità“.
Hilman ha trovato prove che confermerebbero che la maggior parte della collina di 100 metri è in realtà di origine artificiale, costruita nel corso di migliaia di anni da tre culture diverse. Grazie ad una serie di indagini eseguite con i radar di terra, carotaggi e analisi delle murature, i ricercatori hanno trovato dei modelli nella disposizione delle rocce che attesterebbero l’origine non naturale.
Alcuni blocchi sono tenuti insieme da una sorta di malta e sotto i mucchi di pietre gli strumenti avrebbero rilevato l’esistenza di camere sotterranee, scale interne e terrazze, tutte prove di una massiccia costruzione, frutto di progettazione e pianificazione.
La scoperta più entusiasmante è stata offerta dalla datazione al radiocarbonio dei campioni trovati all’interno del sito, indicando che potrebbe trattarsi di una struttura realizzata più di 9 mila anni fa.
“La struttura dell’edificio è molto buona”, spiega Hilman. “Concludiamo che la disposizione dei giunti colonnari limita l’intero perimetro della collina. Crediamo che non ci sia un solo strato di costruzione, ma più livelli”.



Come riportato dal Sydney Morning Herald, Hilman sospetta che la piramide è stata realizzata in tre fasi nel corso dei millenni da tre diverse culture. “È davvero enorme”, esclama Hilman. “Le persone credono che l’età della pietra era primitiva, ma questo monumento dimostra che si tratta di un’opinione errata”.
La ricerca ha così impressionato il presidente dell’Indonesia, Sasulo Bambang Yudhoyono, da aver nominato una task force a sostegno delle indagini, mettendo a disposizione un intero contingente militare di terra a difesa del sito. Il presidente Yudhoyono ha esortato il team a compiere rapidamente le indagini, descrivendo il lavoro dei ricercatori come un “compito di portata storica, di grande valore per l’umanità”.
Ma come ogni scoperta che entra in conflitto con le credenze tradizionali sulla storia dell’umanità, il lavoro di Hilman ha suscitato una serie di polemiche paragonabile alla controversia nata attorno alle Piramidi bosniache di Visoko.


Nonostante l’interessamento del presidente, vi è una forte resistenza alla teoria da parte di 34 archeologi e geologi indonesiani, i quali hanno presentato una petizione al presidente nel quale si accusa Hilman di gente comune come volontari e di svolgere i lavori senza tenere conto di norme scientifiche e di conservazione a tutela del sito.
I firmatari della petizione ritengono che sia necessario coinvolgere nelle indagini archeologi e vulcanologi. Alcuni di questi geologi, inoltre, ritengono che sulla collina di Gunug Padang non ci siano le vestigia di un’antica piramide, ma i resti di un vulcano.
Come suggerisce Ancient Origins, non è chiaro se le rimostranze siano dovute a gelosie professionali, al tentativo di boicottare risultati che potrebbero mettere in crisi la visione tradizionale della storia, oppure ad un autentico desiderio di sostenere il progetto.
Il dubbio viene ascoltando uno degli argomenti proposti al Sydney Morning Herald da un archeologo indonesiano che non ha voluto essere nominato:
“Se 7 mila anni fa la nostra tecnologia era in grado di produrre solo strumenti in osso, come può la gente di 20 mila anni fa avere la tecnologia per costruire una piramide?”.
In altre parole, dal momento che non siamo in grado di capire, non può essere vero. Si tratta di un approccio non proprio scientifico, dato che pone una pre-comprensione che ostacola la scoperta di nuove prove in proposito.
Tutti questi attacchi fanno rendere conto a Hilman di quanto sia difficile il suo compito: “E’ una caso forte, ma non un caso facile. Stiamo andando contro le convinzioni del mondo”, confessa il ricercatore. Ma né lui, né il presidente, sono disposti a fare marcia indietro.



Fonte: nexusedizioni.it

martedì 16 luglio 2013

Ungheria : Orban, ulteriore atto a difesa della sovranità Nazionale : l'Ungheria rompe con l'Fmi

La Banca centrale chiede la chiusura dell'ufficio a Budapest del Fondo monetario

il Parlamento, Budapest
 
BUDAPEST - Il governatore della banca centrale ungherese Mnb, Gyoergy Matolcsy, in una lettera indirizzata alla direttrice generale del Fondo monetario internazionale (Fmi) Christine Lagarde, ha chiesto la chiusura dell'ufficio di Budapest del Fmi. Motivo della richiesta, la circostanza che l'Ungheria estinguerà prima del termine previsto il debito che aveva con lo stesso Fondo e con l'Ue, (circa 20 miliardi di euro, ricevuti nel 2008).
L'ultima scadenza per i versamenti sarebbe nel 2014, ma il governo Orban la settimana scorsa ha deciso di anticipare l'estinzione del debito a quest'anno. "Così la presenza dell'ufficio del Fmi a Budapest che controllava la politica monetaria dell'Ungheria nei termini del contratto di credito, non è più necessaria", scrive Matolcsy nella lettera.
Secondo Matolcsy, l'Ungheria ha dovuto rivolgersi al Fmi e all'Ue nel 2008 a causa dei governi precedenti, che non avrebbero previsto in modo adeguato le conseguenze della crisi monetaria internazionale. Budapest fu salvata solo dalle risorse messe a disposizione dal Fondo e dall'Ue, ma ormai le finanze del paese sono normalizzate: il deficit è sotto la soglia del 3% del pil, e l'Ungheria è potuta uscire dalla procedura per il deficit eccessivo della Commissione europea.

fonte :  cdt.ch ( il Corriere del Ticino )

giovedì 27 giugno 2013

Trieste la squisita malinconica - Trieste, l'exquise mélancolie

Trieste non è italia e lo si capisce subito.
Trieste, fatta tirando un grande upset storia oggi i gusti tranquillità nella quiete di una opzione di turismo, con la chiave, il ricordo di illustri scrittori e dispositivo incredibile degni caffè di Vienna.

Quando leggerete questo, è probabile che la città di Trieste sia sotto un cielo blu. Come camera di un bambino troppo ordinata. Queste proprietà di elevata prosperità, senior e intelligente fronti saranno come se non fosse successo nulla; luoghi luminosi (il marciapiede più belli d'Europa), ondulati mare, musei tacchetto, cappuccino cremoso. E 'perfetto, ora è possibile installare sorso malinconia della città, si lascia che il profumo vicino castagno natura, cespugli di fico, melograno, mirto e gelsomino ... "Natura, continua lo scrittore Charles Nodier, Trieste ha dato un piccolo bosco di querce, che divenne un luogo di delizia e si chiama nella lingua del paese, Farnedo o Grove (...) le Bosquet spesso collegato anche tutto il fascino della solitudine, perché l'abitante di Trieste, occupata speculazione lontano, ha bisogno di una prospettiva più ampia e indefinita come la speranza. "

Tuttavia, alla fine di marzo, la città avrà paura vetrificati e ghiaccio. Lei ruggì, mettere un souk senza nome a muro, che soffia come un demone. Per le strade, ha dovuto aggrapparsi a ringhiere, come bora, il vento è venuto dal nord, aveva preso possesso. Spinse quei giorni a 75 Km / h, inutile dire che abbiamo camminato obliqua (75 °), in barcolla, a volte concentrati su quattro non temendo di documenti storici tumble raffiche posteriori (225 km / h). In questi casi, è maledetto persona. Abbiamo volato probabilmente giacca e gonna sopra la testa. Troppo felice di essere vivo e soprattutto di aver conosciuto il vero carattere della città, una sorta di tumulto mostruoso attratti da una delle più belle colate di Mitteleuropa: Sigmund Freud, James Joyce, Rainer Maria Rilke, Italo Svevo, Stendhal, Casanova ... puff, la lista è infinita, abbiamo quasi chiedo se l'ufficio del turismo non ha suonato il violino Wikipedia. Eppure è qui che la maggiore Claudio Magris, il Jules Verne ... Paul Morand stava mescolando le sue ceneri con quelle di sua moglie, Helen Soutzo, il cimitero greco-ortodossa di Trieste.
 
Il tram, da sempre uno dei più lenti in Europa

Il vento
martelloa regolarmente questa città. Inoltre, anti-psichiatria sono vissuto il suo periodo di massimo splendore. La gente veniva da tutta Europa per vedere il "pazzo" amoreggiare liberamente nei giardini lungo la strada. Vero e proprio laboratorio di disagio sul bordo del nulla e l'irreale, ci rendiamo conto che una Rainer Maria Rilke Duino venne a trarre, dalla principessa von Thurn und Taxis: l'esposizione alla tempesta sopra l'abisso la vastità. Il castello è terribile, seduto sulla roccia, come il mento sul palmo. Egon Schiele dovette dipingere barche e navi. Il tram blu e bianco, sempre esercizio è probabilmente una delle più lente in Europa.

 Tutto questo in mente, questi venti contrari, troverete riassunti nel mondo del caffè ... Ovunque essi prendono il sopravvento, come se si fosse in possesso di mani. Per rassicurarvi, lenire voi. Qui è un luogo di pace e di redenzione. Qui abbiamo calmare i suoi timori bevendo una linea tra "capo in b" (cappuccino in bicchiere), piccole bombette surdistillées. Ci svegliamo torpore morbido nato questo strano clima dolce e tumultuosa. Caffè Trieste sono luoghi in cui si entra nel vivo a dormire. Passiamo tutto il pomeriggio. Forse allora si uniscono la società di gruppo non identificato caféistes, non contento solo per bere il caffè in tutte le sue forme, ma anche per imparare da questo modo quasi esistenziale per spingere i sapori fino alla fine (il torrefazione), per disegnare la nitidezza e l'accelerazione. Droga legale reale che viene presa in pinch, il caffè è il trattino in città, è la sua sveglia, il suo bastone bianco. Non ci vorrà molto tempo per divertirsi torpore pegno, trascorrere il tempo a fare nulla, camminando lentamente nei giardini del castello di Miramare. Leggere e rileggere.

Trieste è un po 'contro il viaggio a piedi. L'offerta culturale non è troppo soffocante, le giornate sono belle e mostre magnifiche. Forse si riesce a prendere la messa a fuoco di Trieste, una sorta di Lisp sottile che era l'orgoglio di Joyce quando ha sentito i suoi figli nati qui. La città ha un cuore grande grande, la storia ha regolarmente calpestati e scattato. Si passò nelle mani del mondo: i Celti ( presenti fino al 1000dc, ne sono traccia i Castellieri ), poi l'impero romano (due secoli aC), il Veneto repubblicano (1202), gli Asburgo (1303), l'Italia e il nazismo che, a differenza di altri luoghi, la città venne annessa direttamente al Reich e non come  zona di guerra e anche Tito, quando le popolazioni slave si rifecero delle violenze subite dagli immigrati italiani . E Loupa l'arrivo delle ferrovie, ha perso la sua influenza su di porto di Venezia, non era un vero e proprio emporio dedicato più di transito e vive a sua volta spodestato da Genova, Napoli, Palermo, Brindisi e Amburgo Brema ... "Il mio rammarico, ha detto Gracq rammaricato che molti, Trieste sta fallendo  Il Sandorf Trieste, Stendhal e Paul Morand. (...) Ho cercato invano tracce di lutto, lutto in tutto il Medio Regno trascinato da una città che è stata la linfa vitale di Austria-Ungheria, la tristezza di una Venezia senza canali, senza tabelle e senza turisti, il fantasma di un nato morto City e un Lloyd senza noleggio e nave senza le vie erbose, deserta, rabbrividendo nel flusso di aria fredda della bora, che ascendono al deserto senza alberi, African altopiano carsico vicino ".
Ahimè, Trieste  non mollare mai. Cultura ripristina il colore, le banchine ristrutturate (come ad Amburgo, Londra, Nantes ...) ripristinare il tronco verso la città, ricollegati all' Austria che ti ama da sempre. Se c'è una destinazione ben nascosto, incredibilmente fertile, sciolto nel suo tormento, è proprio questo. Inoltre, queste città acuti, piroscafi e fortune perdute, lacrime e nevrastenia, la cessazione e la prevenzione, paradossalmente gli danno una sensazione piacevole e inaspettato. Quella di essere benedetti.


Originale in Francese 

Trieste non est italienne et ça se voit tout de suite.
Voisine de Venise, Trieste, prise par le roulis d'une histoire hautement contrariée, goûte aujourd'hui une paix dans le calme d'un tourisme de discrétion, avec, à la clé, le souvenir d'écrivains illustres et l'incroyable dispositif de cafés dignes de Vienne.

 Lorsque vous lirez ces lignes, il y a de fortes chances que la ville de Trieste soit sous un ciel bleu. Comme dans une chambre d'enfant trop bien rangée. Ces immeubles de haute prospérité, aux fronts hauts et intelligents feront comme si de rien n'était ; places lumineuses (le pavé le plus beau d'Europe), mer ondoyante, musées au taquet, cappuccino crémeux. C'est parfait, à présent, vous pouvez vous installer, boire à petites gorgées la mélancolie de la ville, vous laisser parfumer par la nature proche: châtaigniers, buissons de figuiers, de grenadiers, de myrtes et de jasmins… «La nature, poursuit l'écrivain Charles Nodier, a donné à Trieste une petite forêt de chênes verts, qui est devenue un lieu de délices ; on l'appelle dans le langage du pays, le Farnedo, ou le Bosquet (…) Le Bosquet joint souvent même à tous ces charmes celui de la solitude ; car l'habitant de Trieste, occupé de spéculations lointaines, a besoin d'un point de vue vaste et indéfini comme l'espérance.»

 ourtant, fin mars, cette ville vous aurait vitrifié d'effroi et de glace. Elle rugissait, mettait un souk sans nom dans les penderies, soufflait comme une démone. Dans les rues, il fallait s'accrocher aux rambardes, car la bora, ce vent venu du nord, avait repris possession des lieux. Il poussait ces jours-là à 75 km/h, inutile de dire que l'on marchait en oblique (75°), en embardées, parfois même porté sur quatre pas en redoutant que des rafales historiques ­reviennent culbuter les records (225 km/h). Dans ces cas-là, on ne maudit personne. On s'envole sans doute, veste et jupon par-dessus tête. Trop heureux d'être en vie et surtout d'avoir connu le vrai caractère de la ville, une sorte de tumulte monstrueux qui attira ici l'un des plus beaux castings de la Mitteleuropa: Sigmund Freud, James Joyce, Rainer Maria Rilke, Italo Svevo, Stendhal, Casanova… Pfuit, la liste est interminable, on se demanderait presque si l'office de tourisme n'a pas traficoté Wikipédia. Pourtant, c'est bien ici que sont passés les Claudio Magris, les Jules Verne… Paul Morand fit mélanger ses cendres à celles de son épouse, Hélène Soutzo, au cimetière grec orthodoxe de Trieste.

Le tramway, toujours l'un des plus lents d'Europe

Le vent rend régulièrement cette ville marteau. Du reste, l'antipsychiatrie y connut des heures de gloire. On venait de toute l'Europe voir les «fous» gambader en liberté dans les jardins bordant la route. Véritable laboratoire du malaise, au bord de nulle part et de l'irréel, on réalise ce qu'un Rainer Maria Rilke venait puiser à Duino, auprès de la princesse von Thurn und Taxis: s'exposer à la tempête au-dessus du gouffre de l'immensité. Le château est terrible posé sur la roche comme le menton sur la paume. Egon Schiele venait y peindre des barques et des bateaux. Le tramway bleu et blanc, toujours en exercice, est sans doute l'un des plus lents d'Europe.

 Tout cet esprit, ces vents contraires, vous les retrouverez résumés dans l'univers des cafés… Partout, ils prennent le relais comme s'ils vous tenaient par la main. Pour vous rassurer, vous apaiser. Voici un lieu de paix, de rédemption. Ici, on calme ses angoisses en buvant d'un trait les «capo in b» (cappuccino in bicchiere), petites bombinettes surdistillées. On se réveille des torpeurs molles nées de ce climat étrange à la fois suave et tumultueux. Les cafés de Trieste sont des lieux si vivants qu'on s'y endort. On y passe des après-midi entières. Peut-être rejoindrez-vous alors la compagnie des caféistes, groupe non identifié, ne se contentant pas seulement de boire le café sous toutes ses formes mais également de s'inspirer de cette façon quasi existentielle de pousser les arômes jusqu'au bout (la torréfaction), d'en puiser l'acuité et l'accélération. Véritable drogue légale que l'on tient à la pincée, le café est le trait d'union de la ville, c'est son réveille-matin, sa canne blanche. Il ne vous faudra pas longtemps pour gager cette torpeur amusée, passer son temps à ne rien faire, se promener lentement dans les jardins du château de Miramare. Lire et relire.


Aller à Trieste, c'est un peu le contre-pied des voyages. L'offre culturelle n'est pas trop asphyxiante, les journées sont belles et l'exposition magnifique. Peut-être réussirez-vous à prendre l'accent triestin, une sorte de subtil zézaiement qui faisait la fierté de Joyce lorsqu'il écoutait ses enfants nés ici même. La ville a le cœur grand et gros, l'histoire l'a régulièrement bafouée et fait trébucher. Elle passa entre les mains du monde entier: les Celtes (présent jusqu'à 1000 DC, il ya des traces de la Castellieri), l'Empire romain (deux siècles avant J.-C.), la Vénétie républicaine (1202), les Habsbourg (1303 - 1920), l'Italie, puis les nazis que, contrairement à d'autres endroits, la ville a annexé directement au Reich et non comme une zone de guerre, et même Tito lorsque esclave des populations refait la violence subie par les immigrés italiens. Elle loupa l'arrivée des chemins de fer, perdit son ascendant sur Venise ; son port qui était un véritable emporium ne se consacra plus qu'au transit et se vit tour à tour dépossédé par Gênes, Naples, ­Palerme, Brindisi, puis Hambourg et Brême… «Mon regret, disait Julien Gracq qui regrettait beaucoup, est d'avoir manqué Trieste, le Trieste de Mathias Sandorf, de Sten­dhal et de Paul Morand. (…) J'y aurais cherché en vain les traces du deuil, du long deuil de l'empire du Milieu traîné par une ville qui fut le poumon de l'Autriche-Hongrie, la tristesse d'une Venise sans canaux, sans tableaux et sans touristes, le fantôme d'une City mort-née et d'un Llyod sans affrètements et sans navires, les ruelles herbues, désertes, grelottantes sous le fleuve d'air glacé de la bora, qui montent vers le désert sans arbres, le plateau africain du Karst tout proche.»

Las, Trieste pourtant ne renonce jamais. La culture lui redonne des couleurs ; les docks réhabilités (comme à Hambourg, Londres, Nantes…) redonnent du coffre à la ville, reconnecté à l'Autriche qui vous aime toujours. S'il existe une destination bien dissimulée, incroyablement féconde, ample dans ses tourments, c'est bien elle. De surcroît, ces villes aiguës, de paquebots et de fortunes perdues, de larmes et de neurasthénie, de renoncement et d'empêchement, vous donnent paradoxalement l'agréable et inattendu sentiment. Celui d'être bienheureux.

fonte : tratto da lefigaro magazine maggio 2013

27 giugno la cristianità festeggia Cirillo lo sterminatore.

 motivo di riflessione dovrebbe nascere dal chiedersi come mai noi festeggiamo i martiri cristiani quando il Cristianesimo trionfo' massacrando Pagani, Eretici, Islamici, ecc, cioe' generando molti piu' martiri nelle altre religioni che tra le proprie fila.

(E' tipico dei vincitori far piu' vittime di quante ne facciano i vinti - Lapalisse).

Testimonianza di un fisico del tempo :
Ipazia è stata - per quanto mi riguarda - una grande donna; per l'epoca in cui visse, poi, la
sua persona e quello che ha fatto hanno dell'incredibile.

Alessandria 360 c.ca - 402


(EL)
« ὅταν βλέπω σε, προσκυνῶ, καὶ τους λόγους.
τῆς παρθένου τὸν οἶκον ἀστρῷον βλέπων
εἰς οὐρανὸν γάρ ἐστι σοῦ τὰ πράγματα,
Yπατία σεμνή, τῶν λόγων εὐμορφία,
ἄχραντον ἄστρον τῆς σοφῆς παιδεύσεως
»
(IT)
« Quando ti vedo mi prostro davanti a te e alle tue parole,
vedendo la casa astrale della Dea
infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto
Ipazia sacra, bellezza delle parole,
astro incontaminato della sapiente cultura. »
 (Pallada,AntologiaPalatina,IX,400) 

Era una grande filosofa e matematica.
Il padre, curò l'edizione di  uno dei grandi trattati di geometria dell'antichità
Nella premessa scrisse:  "sono certo che questo libro sia corretto perché l'ho fatto revisionare da mia figlia".

Ipazia filosofa, fu astronoma e fece grandi  scoperte anche in altri campi della scienza, e in tutti fu
grande; mi pare di ricordare che le prime cose sensate sulla  diffrazione della luce le scoprì lei e avendo io avuto una  formazione scientifica, la trovo doppiamente "vicina" a me.

In un epoca in cui imperava la superstizione e la misoginia in seno al cristianesimo ( che comunque, in forma più sottile, persiste ancora), una persona così non poteva durare a lungo.

Ci è rimasto un passo in cui viene vivacemente descritto come il  vescovo Cirillo (quello che poi fu fatto santo) passando davanti a una casa vide un assembramento di gente e si fermò a chiedere cosa succedeva. Quando gli venne risposto che i presenti stavano lì per consultare Ipazia, Cirillo andò su tutte le furie
( presuppongo perchè era una donna per giunta filosofa).

Cirillo fu il sobillatore del terribile supplizio che una masnada di popolo inferocito inflisse tempo dopo alla povera Ipazia ma è certo che - eufemisticamente - un ruolo di primissimo piano lo ebbe il vescovo; Ipazia venne tirata giù dal suo carro, linciata, scorticata viva, poi fatta a pezzi e poi
bruciato quel che ne rimaneva.

Cirillo - sempre stando alle fonti - mentì su quello che era accaduto dicendo che Ipazia
era ad Atene viva e vegeta. Ma  senza dimostrare alcuna veridicità delle sue affermazioni. La sua parola non poteva essere messa in discussione, si rischiava la morte èper mano di orde di fedeli bigotti e ignoranti. Sì proprio come accade ora, sì dopo 1700 anni il cristianesimo, non è cambiato..

Cirillo fu il più potente vescovo d'oriente per circa 20 anni e nessuno osò fare nulla, ammesso che qualcuno volesse. Si sa poi che finì sul calendario come santo, e mi stupisco che ci sia ancora, con qualche parentesi di "difesa d'ufficio" basata sulla messa in dubbio delle fonti. Oggi ci vengono proposte dai mass media i tradizionali stereotipi del  mondo cattolico, fatto di personaggi in tonaca tutti o quasi in odore di santità! Dando uno sguardo, anche frettoloso al passato, non si  tarda a scoprire quale concetto di santità abbiano costoro! I peggiori  e più cinici assassini sono TUTTI stati fatti santi!

Un esempio per tutti:
CIRILLO VESCOVO DI ALESSANDRIA, nato Teodosia d'Egitto, 370 – Alessandria d'Egitto, 27 giugno 444 ( per fortuna morì a soli 44 anni) il massacratore di IPAZIA, una fulgida  figura etica di scienziata e di donna, amata e rispettata da tutto il mondo pagano e da quello cristiano puro ancora non corrotto!

Ma Cirillo fu solo uno dei vari vescovi che all'epoca, dopo essersi  circondati da bande di assassini d'ogni risma, assaltavano i templi e le abitazioni dei pagani e massacravano tutti: vecchi, donne, bambini,
senza pietà per nessuno: secondo l'insegnamento dottrinale che, evidentemente, avevano ricevuto!

Inutile dire che le ricchezze così rapinate ai templi ed alle case civili andavano a dingrossare i tesori personali di vescovi, che all'epoca potevano condurre in agiatezza una normale vita da sposato e quindi di capofamiglia: famiglie che, ovviamente, potevano contare sull'agiatezza procurata dal santo rapinatore !!


fonte uaar.it

martedì 4 giugno 2013

La Grande Guerra dei Vinti Gli "italofoni" di Trieste ( Kustenland) e Gorizia caduti per l' Austria

TRIESTE Tornano a migliaia dalle prime linee della Grande Guerra, ma non cantano Il testamento del capitano o Venti giorni sull' Ortigara. Le loro canzoni hanno il ritmo cadenzato della marciae dicono cose come:" Maledetta sia la sveglia/ sia la sveglia del mattino / si riposa un pochettino / per marciare un poco ben ". Sono ragazzi che parlano italiano, ma non portano il Tricolore: hanno per simbolo un' aquila a due teste e vengono da fronti sconosciuti ai fanti del Piave: Ucraina, Polonia, Montenegro. Orizzonti scorticati dal vento e dalla neve. Sono loro, i triestini, i goriziani e gli istriani, quei soldati "un po' così" che furono sudditi dell' Impero d' Austria fino al ' 18, e ora rientrano a battaglioni da cimiteri ignoti, armata perduta senza fanfare, con la forza di una memoria che riemerge dopo una rimozione troppo lunga. Tornano su una valanga di documenti inediti, messaggi di parenti, fotografie sbiadite, diari, registrazioni, lettere dattiloscritte o calligrafate, cartoline d' epoca, cimeli, onorificenze, medaglie portate da figli o nipoti. È successo che improvvisamente, a un anno dal centenario del ' 14, Trieste svuota gli armadi di famiglia e, in un impressionante outing collettivo, fa giustizia del silenzio patriottico imposto sul passato austriaco della città "italianissima", piena di piazze, scuole, vie e monumenti dedicati a irredentisti, coloro cioè che passarono all' Italia, ma che in guerra furono meno del cinque per cento dei maschi in età di leva. È successo quando Il Piccolo, quotidiano di frontiera, ha rotto il tabù sulla storia dei "vinti", parlando delle migliaia di caduti in divisa austriaca rimasti senza monumento. Da quel momento, la redazione è stata sommersa da lettere, telefonate e segnalazioni al punto da dover aprire delle pagine speciali. Storie, quasi sempre, di una guerra vista dalla parte "sbagliata": la disfatta di Caporetto vista come trionfo, fanti in marcia al suono de La marcia di Radetzky, voci disturbate di vecchi Schuetzen registrate dai nipoti, cartoline alla morosa da una base navale di Pola pavesata di bandiere giallonere, truci racconti di teste mozzate dai cosacchi sui Carpazi. «Hai già pensato, piccina cara, ove andremo a dormire? - scrive, bramando una licenza, un soldato istriano alla moglie - ciascuno a casa sua oppure tutti e due in una stanza? Devi provvedere tu... In un hotel certamente no!». E ancora, uno sloveno del Carso: «Ho avuto una brevissima licenza perché mi era morta la moglie. Non mi sono nemmeno tolto la montura (divisa, ndr ), le ho fatto la cassa e l' ho portata al cimitero. Zaino in spalla sono ripartito subito verso Kozina per prendere la tradotta. Mio figlio Toncic, quello di otto anni, non voleva staccarsi da me. Mi ha seguito a piedi per un po' , poi, dopo Oscurus,è rimasto indietro». Poco o nulla si sa di quei poveracci: né quanti partirono, né quanti morirono, né dove sono sepolti. La ragion di Stato, dopo il ' 18, ha vietato ai parenti la ricerca di quelle tombe e secretato il numero dei Caduti. Un silenzio perdurato nel secondo dopoguerra, quando l' italianità non doveva vacillare di fronte alla stella rossa di Tito. Ma ancora oggi, mentre negli archivi di guerra viennesi puoi muoverti liberamente, i fondi fotografici dello stato maggiore italiano restano poco visibili su questi argomenti. Nel silenzio ufficiale, ora è la gente a muoversi. Un noto medico consegna un pacco con i diplomi incorniciati delle medaglie d' oro e d' argento consegnate a suo padre Mario Slavich dall' imperatore. Ignoti lasciano in redazione lo spartito della Karl von Ghega Marsch, dedicata al costruttore della prima ferrovia Vienna-Trieste. Succede di entrare in uno studio radiografico e di essere arpionati dal titolare che ti apre le segrete carte di una famiglia ungherese di nome Felszegi, il cui capostipite fece meraviglie con un cantiere che poi fu chiuso per ordine romano. Trieste si svela, si addentra senza timori nelle sue radici multiple, fa i conti con un dialetto farcito di germanismi, dove il sorso si dice sluc, la battuta viz e la spinta ruc. Un mondo dove nulla è come appare: perché qui puoi chiamarti Botteri ed essere di lingua-madre slovena, o fare Biloslavo di cognome ed essere italiano nel midollo. Dopo le foibeei forni crematori, ci sono altre tombe da scoperchiare per farei conti con la storia. C' è l' Austria, la madre di tutte le rimozioni. Negli archivi del Piccolo trovo un "nonno Willy fotografato con pipa all' ospedale militare di Graz", la rocambolesca storia di uno "zio dal grilletto facile nello See-Bataillon" o la lettera di un giovane che promette scherzando alla madre di portarle in regalo "l' orecchio di un serbo". Il diario di un istriano che finisce prigioniero dei russi e se la spassa suonando il clarinetto nella steppa; ma anche l' orrore dei prigionieri italiani restituiti dall' Austria a fine conflitto: napoletani o lombardi che la patria lascia morire di stenti in un lazzaretto per poi buttarli in fosse senza nome. È una tempesta identitaria che fai conti con l' oggi: con la marginalità che aumenta, i posti di lavoro che saltano, i treni cancellati, i cantieri chiusi, le linee di navigazione svendute. Lo smantellamento, in definitiva, di una dote che era stata Vienna a donare alla città. «È tempo che si capisca che cinque secolie mezzo di storia austriaca sono più lunghi di un secolo di italianità», sorride la studiosa Marina Rossi. I palazzi sul fronte mare sono al novanta per cento viennesi.E poi c' è il calendario, l' ecatombe che inizia un anno prima, nel ' 14. «Grazie, grazie che mi ha permesso per la prima volta di ricordare mio padre» dice commosso un ottantenne al telefono di Livio Missio, il giornalista incaricato di smaltire quella montagna di documenti. «Molti - racconta Missio - sono venuti di personae hanno pianto di commozione». Il regista Franco Però sente «il sollievo di una città che respira, si liberae recupera il tempo perduto»,e vede nella freschezza di quegli inediti un grande testo teatrale in potenza. Roberto Todero, che da anni fruga nelle trincee del Carso, dell' Isonzo e della lontana Ucraina, ha già fatto il pieno di adesioni per un pellegrinaggio ai cimiteri dimenticati dei Carpazi. C' è un ritardo da recuperare, perché Trento è più avanti. È da anni che la provincia sull' Adige si prepara senza reticenze alle celebrazioni: ricorda l' impiccagione di Cesare Battisti, ma censisce i morti di parte opposta con l' aiuto dei registri viennesi, delle anagrafie delle parrocchie subalpine. A Trieste il risveglio è più tardivo. Troppo a lungo il teorema della città-bastione controi barbari è stato strumento di scontro politico e ha ritardato la riconciliazione di Trieste con se stessa. «Finoa ieri- racconta Todero- l' Austria era evocata solo come barzelletta o marcette militari semiserie», mentre i soldati triestini erano degradati a polentoni, e chi ne celebrava la memoria deriso come ridicolo austriacante. Con la storia in ostaggio, i musei cittadini - quello della marineria in prima fila - sono rimasti elusivi pur di non testimoniare glorie palesemente non italiane. La Venezia Giulia dice poco di sé: non sbandiera di aver inventato l' elica navale o l' esplorazione artica con largo anticipo sui norvegesi; non dice che qui l' aviazione mondiale ha compiuto passi decisivi nel primo Novecento. Resistono, in compenso, falsi storici come il Leone di San Marco appiccicato dal Fascio al castello di una città che fu sempre avversaria di Venezia. Da una mostra nel piccolo museo di Tarnova sul Carso emergono foto inedite di un mondo prebellico e felice. La stazione di Aurisina, bivio fra Trieste e Lubiana oggi dimenticato da Trenitalia, si mostra nereggiante di personale e con ristoranti di lusso sotto un ombrello in ferro stile Torre Eifel. Ed ecco alberghi e ristoranti popolati di nobili viennesi o ricchi cecoslovacchi; belle ungheresi in veletta portate a cavallo da stallieri serbo-croati. E poi le cave di marmo, con più di tremila addetti e filiali a Londra, Calcutta, Alessandria d' Egitto. «Il presidente Napolitano ci ha esortato a rileggere la storia» dice il promotore Joze Skerk, «e noi lo abbiamo ascoltato». In un tripudio di eroi italiani in bronzo e pietra attornoa San Giusto oggia Trieste c' è solo una piccola lapide ai Caduti in divisa austriaca, messa quasi "in castigo" sul retro del castello. Pochissimi, tra cui gli Alpini, vi depongono corone d' alloro. Il resto è silenzio. Un silenzio che sembra ritorcersi sui vincitori, persino sui ragazzi di Redipuglia o di Oslavia, i cui sacrari versano in stato di scandaloso abbandono. Nel più grande cimitero di guerra d' Italia cammini tra erbacce e pietre sconnesse su per scalinate dove il vento fa da padrone. PAOLO RUMIZ

mercoledì 8 maggio 2013

Principali differenze tra il sale marino raffinato e integrale


Le principali differenze tra il sale marino raffinato e il sale marino integrale sono che:

Il sale raffinato è quasi al 97,5% puro cloruro di sodio. Il rimanente 2,5% è composto di sostanze chimiche: sbiancanti,antiagglomeranti e stabilizzanti,lo iodio nel caso di prodotti contenenti iodio. Viene depurato di moltissimi minerali come calcio,magnesio,potassio,ferro ecc..ecc.. Queste “impurità” vengono vendute all'industria chimica ottenendo un guadagno superiore a quella dello stesso sale.

Il sale marino integrale contiene 70 delle 84 sostanze che sono presenti nell'acqua di mare Secondo il Laboratorio d'Analisi Chimiche di Nantes (Francia).

Rispetto al sale raffinato il sale marino integrale è un prodotto più completo.

Il sale marino contiene oltre al sodio, preziosi minerali e oligoelementi.

Inoltre nel sale marino si trovano "impurità" minerali come solfati, calcio, magnesio, potassio, ferro e minerali traccia come stronzio, manganese, iodio, zinco, fluoruri, argento, boro, silicio, rame a altri ancora), molto preziose per la salute. Queste, lavorano in sinergia tra loro e con altri minerali e vitamine presenti nel nostro corpo. Per l'utilizzo dello iodio (tiroide) abbiamo bisogno del rame per esempio, mentre il magnesio, il manganese e il potassio aiutano il silicio (ossa, connettivo). Qualcuno afferma che questi elementi, soprattutto quelli traccia, siano più importanti delle stesse vitamine nella prevenzione delle malattie. Queste "impurità" con la raffinazione vengono sottratte e vendute separatamente all'industria chimica. In fondo pare che il guadagno ottenuto dalla vendita delle "impurità" sia superiore a quello dello stesso sale.

C'è da fare attenzione, però perché non tutto il sale in commercio con la dicitura "marino" è davvero integrale. Il più delle volte, si tratta di sale di mare raffinato. Il vero sale marino integrale viene raccolto a mano, asciugato al sole e al vento, ed ha un colore leggermente grigio e a volte rosato, ma mai bianco! Può avere diversa granulazione. Viene percepita una certa umidità mettendo le dita sotto la superficie. Contiene decine d'impurità che bilanciano l'effetto del solo cloruro di sodio e costituiscono fino al 16% del peso del sale. Il tipico colore grigiastro deve mantenersi anche quando lo maciniamo finemente. Conservandolo in un barattolo ben chiuso e non facendolo asciugare, si avrà la disattivazione del suo prezioso contenuto di iodio organico.

Inoltre è bene ricordare che il cosiddetto "sale iodato" non ha nulla a che fare con il sale marino integrale. E' semplicemente sale raffinato a cui è stato aggiunto dello iodio. Io preferisco gli alimenti nella loro interezza e poco o nulla manipolati dall'uomo.

L'Italia produce ottimi sali marini integrali, ma difficilmente li trovate nella grande distribuzione. Importiamo sale grezzo anche dall'estero, soprattutto dalla Francia. Il mare di provenienza può condizionare la composizione di minerali.

Il sale marino grezzo si colloca perfettamente in una dieta naturale, nel senso di consumare alimenti il più vicino possibile a come Madre Natura li ha creati. Come ho detto, l'apporto di sodio (Na) sarà bilanciato dagli altri minerali, cosa che non succede utilizzando il sale raffinato. l'importante è non esagerare comunque, un po' di sale per insaporire le pietanze fa quindi bene.Il regolare consumo di ortaggi e di frutta ma anche di alcune carni e pesci garantirà il potassio (K) necessario per ottenere un buon rapporto K:Na che dovrebbe essere superiore a 5:1.

Se oggi l'uomo moderno assume troppo sale (circa 10-15 g al giorno), non è a causa di quello che aggiunge alle insalate, sulla carne o nelle minestre, ma quello che assume in modo occulto dai cibi preparati dall'industria alimentare (cibi pronti per essere cotti, ecc)che è sempre sale raffinato e quindi "sbilanciato". Questo porta ad un consumo di sodio che può essere il doppio del potassio.
   
Consumo Consapevole
BioSee.it

lunedì 6 maggio 2013

Antipiretici, sono realmente opportuni ?

Chi lo dice che la febbre fa male? Probabilmente non lo ha mai detto nessuno, ma nella cultura occidentale si "usa" abbassare la febbre. La maggior parte delle persone infatti utilizza antipiretici - farmaci che riducono la temperatura corporea - non appena questa supera i 38° C.

Ma è giusto sopprimere quella che è una difesa naturale dell’organismo contro gli agenti patogeni?Secondo uno studio del 2006 pubblicato sulla rivista "Nature Immunology", la febbre è in grado di raddoppiare il numero di linfociti T (le cellule che fungono da "scudo" protettivo contro virus e batteri) presenti nei linfonodi. Tutte le sostanze di difesa del nostro organismo sembrano essere in grado di funzionare solo in ambiente caldo. Addirittura, secondo alcuni studi, mentre il nostro sistema immunitario ci sta difendendo attraverso l’ausilio della febbre contro diversi microorganismi, sembra produrre anche fattori antitumorali.

«Il meccanismo della febbre è una difesa dell'organismo contro le aggressioni. Le cellule del sistema immunitario vengono stimolate dal calore a produrre citochine, cioè sostanze che
combattono tutto ciò che è alterato rispetto alla norma (cellule malate, virus, batteri). Spaventa le persone perché dà malessere. Difatti le sostanze liberate dal sistema immunitario danno uno stato di malessere generale accompagnato spesso da inappetenza. La febbre andrebbe combattuta solo quando, troppo elevata in tutto l'organismo, può dare problemi» spiega il dr. Carlo Pastore, specialista in oncologia medica e perfezionato in Ipertermia Clinica Oncologica.

«Le reazioni infiammatorie e febbrili nei confronti di agenti intossicanti e infettivi sono da considerarsi reazioni “biologicamente opportune”, cioè salutari e orientate alla distruzione ed eliminazione dell’agente aggressore» afferma il dr. Francesco Perugini Billi «Il processo di calore mette i tessuti e tutto l’organismo nelle condizioni di reagire nel modo migliore possibile. Gli enzimi e molte altre sostanze di difesa prodotte dalle cellule funzionano solo in un ambiente acido e caldo. Inoltre, mentre il nostro corpo reagisce verso un’infezione, contemporaneamente produce anche fattori antitumorali. "Raffreddare" in modo intempestivo l’organismo con farmaci antipiretici, antinfiammatori e antibiotici potrebbe non essere sempre una buona idea. Sulle lunghe, questo processo di calore non adeguatamente espresso potrebbe dar via a malattie più “fredde”, striscianti, poco sintomatiche, almeno inizialmente, come lo sono le malattie degenerative, sclerotiche e tumorali», prosegue Perugini Billi.

È evidente, quindi, che non sempre è corretto adoperare farmaci antipiretici e che questi andrebbero usati solo quando strettamente indispensabile.
«Alla luce di quanto detto, appare quanto mai sbagliato tacitare tout court una febbre o un'infiammazione. I farmaci naturali (omeopatia, fitoterapia ecc.) possono rappresentare uno straordinario aiuto nella maggioranza di questi processi. Lasciano che la “reazione biologicamente opportuna” possa esprimersi in modo adeguato ed efficace, tenendola sotto controllo, ma senza mai sopprimerla e spesso evitando le complicazioni. A questi farmaci naturali il medico può aggiungere, per esempio quando la febbre è troppo alta o ci sono gravi infezioni, dei farmaci allopatici (antipiretici, antibiotici ecc.)» continua il dr. Francesco Perugini Billi.

Sembra vi sia anche una relazione tra febbre, tumore e malattie degenerative. «Diversi studi hanno indagato la relazione febbre-tumore. Uno di questi ha preso in considerazione 603 pazienti affetti da melanoma e li ha comparati con 627 persone sane. I ricercatori hanno verificato che esisteva una relazione inversa tra tumore e febbre. Infatti, il rischio di melanoma si riduceva del 40% tra coloro che avevano avuto tre o più infezioni accompagnate da una febbre che superava i 38.5°C (Melanoma Res. 1999; 9:511-9). In una meta-analisi si è indagato il rapporto tra infezioni e morte per tumore in Italia tra il 1890 e il 1960. E’ stato calcolato che una riduzione del 2% delle infezioni si accompagnava a un incremento del 2% di tumori nella decade successiva (Eur J Epidemiol 1999; 14:749-54)» spiega Perugini Billi «La comparsa di febbre è anche alla base dei casi di spontanea guarigione da tumore. Su questo si è scritto e discusso fin dal 1700. Secondo il dr. Rohdenburg, che pubblicò un esauriente studio nel 1918, la maggioranza delle guarigioni spontanee si accompagna a episodi acuti con febbre molto alta. Spesso si trattava di erisipela, un’infezione da streptococco, ma sono stati osservati anche casi di tubercolosi acuta, varicella, polmonite e malaria (J Cancer Res, 1918; 3193-225). Anche il dr. William Coley (1862-1936) fu testimone di una clamorosa guarigione spontanea in un caso di cancro avanzato della gola. Il paziente si riprese perfettamente dopo un’infezione di erisipela. L’interesse per il fenomeno fu tale che Coley mise a punto la sua famosa "tossina": un miscuglio di due batteri, Streptococcus pyogenes e Serratia marcescens, che iniziò ad usare con i suoi pazienti tumorali fin dal 1893 (Am J Med Sc, 1893;105:487-511). Negli USA, la "tossina di Coley" fu poi riconosciuta come farmaco per la ricerca clinica solo nel 1963. La letteratura riporta altri esempi di guarigione dal cancro in seguito a febbre e infezione. Per esempio, nelle remissioni spontanee da leucemia infantile la febbre si è manifestata nell’80% dei casi (Am J Med 1951; 10: 238-9), mentre nelle remissioni da melanoma la febbre era presente nel 31% dei casi (Onkologie, 1998; 21: 14-8). La sensibilità delle cellule tumorali nei confronti del calore è cosa nota da tempo. Per altro, questa sensibilità è decisamente superiore a quella delle cellule sane. Quando la temperatura si porta da 37°C a 42°C, inizia una vera e propria moria di cellule cancerose. Questo effetto è attualmente sfruttato dalla terapia Ipertemica antitumorale, che in sostanza si sostituisce alle stesse capacità dell’organismo di produrre una salutare reazione febbrile. Inoltre, diversi studi hanno anche dimostrato che cellule tumorali sottoposte per circa sei ore ad una temperatura di 41°C iniziavano a produrre linfociti T, che sono fondamentali per le difese immunitarie (Int Immunol, 2003;15:1053-61)» conclude Perugini Billi.

In Italia vi sono alcuni centri specialistici che curano i tumori proprio con una sorta di febbre indotta con microonde. Tale terapia viene definita Ipertermia. Si tratta di una terapia non invasiva effettuata con un apparecchio che produce una radiofrequenza allo scopo di direzionare il calore direttamente sull'organo malato.
Il Synchrotherm RF 13.56, questo il nome dell’apparecchio, provoca un riscaldamento localizzato a una temperatura di circa 42°-43° C. «L'ipertermia è impiegata nella cura dei tumori poiché le cellule tumorali avendo una membrana aberrante temono il calore. La loro membrana cellulare non riesce a smaltirlo adeguatamente e quindi si innesca un meccanismo di morte cellulare denominato apoptosi. Inoltre localmente il danno da chemioterapia e/o radioterapia concomitante viene amplificato. Non da ultimo il calore attiva localmente le cellule del sistema immunitario potenziando la risposta contro il tumore. Può essere impiegata nella cura di tutti i tumori solidi a patto che non vi sia imponente versamento ascitico o pleurico» spiega il dr. Carlo Pastore.
http://www.synchrotherm.com/index.php?option=com_content&view=article&id=4&catid=8

venerdì 26 aprile 2013

Mussolini cercava la Pace in Europa.

non trattiamo mai di politica, infatti qui si parla di Storia, cultura e società e le verità vanno diffuse, soprattutto in uno scenario planetario non dissimile da quel periodo.


Sempre nel ricordo di Piazzale Loreto
Ricordiamo che il diario e i fascicoli che Mussolini portava con se contententi documenti sensibilissimi che avrebbero ben cambiato le "verità" e la "Storia" dal dopoguerra sono spariti.

SOLITE INFAMIE
Questa volta ad opera di Paolo Mieli
di Filippo Giannini
   E' vero: ho un caratteraccio! Sarà che ho ancora dentro di me lo spirito del Balilla che non sopporta le vigliaccate.
Mi riferisco alla trasmissione di Ballarò del 23 aprile 2013, quando in un intervento del direttore de Il Corriere della Sera, Paolo Mieli, commentando uno dei tanti inciuci riguardanti il connubio PD/PdL, ebbe a ricordare (cito a memoria): "D’altra parte anche nel 1944, Togliatti rientrato in Italia si alleò con la Democrazia Cristiana e nel 1976 Il Partito Comunista di Berlinguer si alleò con Aldo Moro".
 Poi il signor Mieli non poteva mancare di ricordare (e te pare!?) che Mussolini portò l’Italia allo sfascio della Seconda Guerra mondiale e alle infami leggi razziali.
Per prima cosa osservo: non è possibile che un simile personaggio non conosca la Storia VERA, e quindi la falsità di quanto asserisce.
   Proviamo a dimostrare quanto sostengo.

   Come e perché si giunse alla Seconda Guerra mondiale.

Lo storico Rutilio Sermonti attesta (L’Italia nel XX Secolo): "La risposta poteva essere una sola: perché esse volevano un generale conflitto europeo quale unica risorsa per liberarsi della Germania – formidabile concorrente economico – e, soprattutto dell’Italia. Questo è necessario comprendere se si aspira alla realtà storica: soprattutto dell’Italia".
   Nella Conferenza di Ginevra sul disarmo (febbraio 1932), alla quale parteciparono sessantadue Nazioni, l'Italia era rappresentata da Dino Grandi e da Italo Balbo. Grandi, a nome del popolo italiano, sostenne il progetto di una parificazione al livello più basso degli armamenti posseduti dalle singole Nazioni. Venne inoltre esposto il progetto mussoliniano tendente all'abolizione dell'artiglieria pesante, dei carri armati, delle navi da guerra, dei sottomarini, degli aerei da bombardamento, in altre parole la messa al bando di tutto ciò che avrebbe potuto portare ad una guerra di distruzione.
Di fatto, la Conferenza non trovò sbocco alcuno per le opposizioni di Francia e Germania.
Possibile che il signor Mieli non ricorda che Mussolini propose il Patto a Quattro (7 giugno 1933), proprio per integrare, con un patto politico, l'Europa, mediante un direttorio delle quattro Potenze: Inghilterra, Francia, Germania e Italia. Il documento propositivo di Mussolini cominciò a circolare nei tre Stati interpellati. Il documento ebbe successo di siglatura, ma fallì quando, presentato per l’approvazione ai parlamenti inglese e francese la siglatura non fu rispettata e decadde definitivamente a Stresa nel 1935. Mussolini camminava nella tradizione romana, carolingia e cattolica: aspirazione antica sempre delusa. Mussolini aveva ammonito con lungimiranza: “Fare crollare la pace in Europa significa fare crollare l’Europa” "..
   Visto che ci siamo, signor Mieli, perché non ricordare che Mussolini, quale Capo del Governo italiano si fece, ancora una volta, promotore di un incontro che si svolse a Stresa, nei pressi del Lago Maggiore, tra l'11 e il 14 aprile 1935, con i rappresentanti delle tre Potenze alleate della prima guerra mondiale: l'Italia (Mussolini), Gran Bretagna (MacDonald, J. Simon) e Francia (Laval, Flandin).
Al termine dei lavori fu stilato un documento nel quale i tre Governi constatarono che il ripudio unilaterale posto in essere dal Governo tedesco, nei suoi obblighi per il disarmo, avrebbe potuto pregiudicare la pace in Europa e si dichiararono in perfetto accordo di opporsi con ogni mezzo a qualsiasi ulteriore disconoscimento unilaterale degli obblighi previsti nei Trattati e si impegnarono per una continuazione dei negoziati per il loro riesame. Rinnovarono anche il loro impegno per la sicurezza e l'indipendenza dell'Austria. Signor Mieli, perché  decaddero quegli acordi?
    I detentori della maggior parte delle ricchezze della terra, Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti, perché pretesero e ottennero le sanzioni contro l’Italia nel 1935? Per difendere l’Etiopia? Ma non ci faccia ridere; l’Etiopia, forse sobillata proprio da questi Paesi fu responsabile dell’attacco al consolato italiano di Gondar, l’11 novembre 1934 (dove rimase ucciso un militare di colore fedele all’Italia) e, come ricorda il giornalista e storico svizzero, Paul Gentizon (Difesa dell’Italia): "Ancora nel 1924 l’Italia che ha appoggiato lealmente l’accoglimento dell’Etiopia nella Società delle Nazioni riceve festosamente a Roma Ras Tafari, firma con lui un Patto di amicizia accompagnato dalla offerta di un aiuto finanziario. Tutto ciò non disarma la boria e la malvagità del governo abissino che respinge sistematicamente le domande di concessioni e turba il libero commercio tra Eritrea e Etiopia con una tacitamente organizzata guerriglia di rapina. Gli incidenti scoppiano a catena e non si sa più come giustificarli o come accettarne le giustificazioni. Dal maggio ’28 all’agosto ’35 si allineano 26 offese a rappresentanti diplomatici, 15 aggressioni a cittadini italiani, 51 razzie: tutto ciò avviene in territorio italiano e i morti italiani non mancano".
   La tensione nei rapporti italo-etiopici si aggravarono alla fine del 1934, quando un contingente abissino si accampò davanti al fortino di Ual-Ual difeso dai Dubat, soldati somali fedeli all'Italia, al comando del capitano Roberto Cimmaruta.
Lo storico Rutilio Sermonti (L’Italia nel XX Secolo, Edizioni All’Insegna del Veltro, 2001) attesta che le truppe assalitrici erano al comando del colonnello inglese Clifford.
Ual-Ual era una località posta al confine, sin da allora incerto, fra Somalia ed Etiopia, ma mai rivendicato dal Governo Abissino.
II 5 dicembre di quell'anno, dopo che i Dubat rifiutarono la richiesta abissina di sgombero, questi scatenarono l'assalto e lo scontro si concluse all'alba del giorno seguente con la vittoria italiana, ma le nostre truppe coloniali lasciarono sul terreno 120 morti. Si è scritto che dietro questo grave incidente ci fosse la mano di Londra e Parigi; ma questo non è provato.
Bruno Barrella su Il Giornale d'Italia del 18 luglio 1993, rammentando i fatti di Ual-Ual, scrive: "È l'ultimo di una catena di episodi di sangue che avvenivano lungo uno dei confini più labili dell'epoca".
    Per risolvere pacificamente il dissidio creatosi a seguito degli incidenti di Ual-Ual, venne istituita una commissione arbitrale italo-etiopica, presieduta dallo specialista greco di diritto internazionale, Nicolaos Politis. La commissione, il 3 settembre 1935, emetteva la sentenza attribuendo le cause degli scontri agli atteggiamenti ostili di alcune autorità locali abissine, escludendo, di conseguenza, ogni responsabilità italiana.
   L’alleanza con il nazionalsocialismo? «Adesso che la politica inglese aveva forzato Mussolini a schierarsi nell'altro campo, la Germania non era più sola» (La Seconda Guerra Mondiale, di Winston Churchill, 1° volume, pag. 209). Quasi con le stesse parole George Trevelyan nella sua “Storia d’Inghilterra”, a pag. 834, ha scritto: "E l’Italia che per la sua posizione geografica poteva impedire i nostri contatto con l’Austria e i Paesi balcanici, fu gettata in braccio alla Germania". E vogliamo dimenticare il più noto studioso del fascismo?  Renzo De Felice (Storia degli Ebrei sotto il Fascismo, pag. 137): "Sulla ineluttabilità dell’alleanza con Hitler e quindi della necessità di eliminare tutti i motivi non solo di frizione, ma anche solo di disparità con la Germania". Mussolini era conscio che l’antisemitismo occupava uno spazio preminente nell’ideologia nazionalsocialista, di conseguenza se voleva eliminare le ultime diffidenze tedesche, anche nel ricordo del “tradimento italiano del 1915” e giungere ad una reale alleanza militare, doveva adeguarsi alle circostanze. Riteniamo che fosse questa e non altre la ragione della scelta del Duce.
   Tanto, ma tanto ancora avrei da scrivere e condannare i veri criminali dello scorso secolo, e mi riferisco a Franklin D. Roosevelt e Winston Churchill, personaggi abominevoli che galleggiano su un mare di sangue.
   Passo ora a trattare l’argomento più infame: l’accusa di essere Mussolini la concausa della reale, o bugiarda accusa del massacro degli ebrei.
   Signor Mieli, mi sa spiegare - e spiegarlo agli italiani - come mai negli anni 1938-1942 gli ebrei che fuggivano dai Paesi occupati dai tedeschi anziché rifugiarsi in Russia o in Inghilterra o negli Stati Uniti si rifugiavano in Italia ed erano decine di migliaia? Eppure in Italia vigevano le leggi razziali.
   Proverò a spiegarlo io, ma se sbagliassi, mi corregga.
Se può.
   Gli inglesi non usarono solo le parole, ma la violenza contro gli israeliti.
Rosa Paini (storica ebrea, Il cammino della speranza) riferisce che nel ’41 un folto nucleo di famiglie fuggito da Bratislava, imbarcato sul piroscafo “Pendeho”, composto da 510 profughi cechi e slovacchi, dopo aver navigato sul Danubio giunse nel Mar Nero. Qui, e precisamente a Sulina, salì a bordo il console britannico e informò i malcapitati che il suo governo li considerava immigranti illegali: di conseguenza, se si fossero avvicinati alle coste della Palestina, sarebbero stati silurati. Dovettero quindi ripartire e, superati diversi incidenti, giunsero all’isola disabitata di Camillanissi dove non c’era nemmeno acqua. Sbarcati, assistettero impotenti all’affondamento del battello. Dopo cinque giorni di sofferenze sopraggiunse una nave della Croce Rossa Italiana che imbarcò i profughi per trasferirli a Rodi, dove rimasero alcuni mesi e quindi imbarcati e trasferiti in Italia. Fra i tanti vale la pena di ricordare un altro dramma: nel febbraio del 1942 lo “Struma”, una nave di profughi proveniente dalla Romania, si vide rifiutare dagli inglesi il permesso di sbarcare, e, respinta anche dai turchi, affondò nel Mar Nero: settecentosettanta persone annegarono (Paul Johnson, Storia degli ebrei, pag. 582).
   Lo storico israelita Léon Poliakov (“Il nazismo e lo sterminio degli ebrei”, pag. 63) accusa apertamente il governo britannico ricordando che qualche convoglio clandestino, formato con l’aiuto di Eichmann, tentò di discendere il Danubio su barche, mirando alla Palestina, ma le autorità inglesi rifiutarono il passaggio di questi viaggiatori perchè sprovvisti di visto.    Oppure:   L’esperto di sondaggi Elmo Roper osservò: "Gli Stati Uniti avrebbero certamente potuto accogliere un gran numero di profughi ebrei. INVECE, durante il periodo bellico, ne furono ammessi soltanto 21 mila, il 10% del numero concesso secondo la legge delle quote. La ragione di questo fatto era l’ostilità dell’opinione pubblica. Tutti i gruppi patriottici, dall’American Legion ai Veterans of Foreign Wars, invocavano un divieto totale all’immigrazione. Ci fu più antisemitismo durante il periodo della guerra che in qualsiasi altro della storia americana (…). Negli anni 1942-44, ad esempio, tutte le sinagoghe di Washington Heights, New York, furono profanate".
   Un’altra testimonianza ci viene offerta dal “Neue Zürcher Zeitung”, il quale il 18 gennaio 2000 ha pubblicato una lettera a firma di Susi Weill che, fra l’altro, ha scritto: "I miei genitori avevano tentato invano di emigrare in America, ed oggi è un fatto stabilito che le rappresentanze diplomatiche americane in Europa avevano ricevuto l’ordine di respingere tali domande".
   Quando fu necessario, il governo americano usò la forza, come ricorda Franco Monaco (op. cit., pag.175): "Allorchè a un piroscafo carico di ebrei, partito da Amburgo, fu vietato l’attracco a New York, quei fuggiaschi vennero accolti in Italia e poi dislocati in varie zone della Francia, della Dalmazia e della Grecia".
   Non è sufficiente? E allora andiamo avanti.
   Ha scritto Daniele Vicini su “L’Indipendente” del 20 luglio 1993: "Ebrei e comunisti sciamano verso il Brennero, frontiera che possono varcare senza visto a differenza di altre (Statunitense, sovietica, ecc.) apparentemente più congeniali alle loro esigenze". Dello stesso parere è Klaus Voigt che in “Rifugio precario” osserva quanto fosse strana la dittatura fascista. Infatti scrisse: "Fino all’entrata in guerra dell’Italia non risulta neppure un caso di condanna o allontanamento di un emigrante per attività politica (…). Eppure dal 1936, la Germania è il principale alleato e quegli “emigranti” sono suoi nemici. Polizia e carabinieri ricevevano disposizioni dal Duce, chiare ed essenziali, anzi ridotte ad una sola parola: “Sorvegliare”. Non arrestare". 


Allora, Signor Mieli, come ripeto: in Italia vigevano le leggi razziali. Tutti pazzi?

   Andiamo avanti, Signor Mieli? Volentieri, fino a che lo spazio me lo concede.
   "Mentre, in generale,  i governi filofascisti dell’Europa asservita non opponevano che fiacca resistenza all’attuazione di una rete sistematica di deportazioni capi del fascismo italiani manifestarono in questo campo un atteggiamento ben diverso. Ovunque penetrassero le truppe italiane, uno schermo protettore si levava di fronte agli ebrei (…). Un aperto conflitto si determinò tra Roma e Berlino a proposito del problema ebraico (…). È significativo il fatto che i tedeschi non sollevarono mai il problema degli ebrei in Italia. Certamente temevano di urtare la suscettibilità italiana (…). Appena giunte sui luoghi di loro giurisdizione, le autorità italiane annullavano le disposizioni decretate contro gli ebrei (…)"
 (Léon Poliakov, “Il nazismo e lo sterminio degli ebrei”, pagg. 219-220).

   Andiamo avanti?
   Poliakov scrive: "Mentre i Prefetti (francesi) ordinavano arresti e internamenti, allestivano convogli per la Gestapo, le autorità militari italiane, a dispetto delle minacce, ordinavano l’annullamento di tali ordini. Tra le autorità d’occupazione tedesche e il Governo di Berlino, tra il governo di Berlino e il Governo di Roma, tra le autorità di Vichy e i generali italiani vi era un continuo scambio di note nervose e impazienti. La Germania chiedeva all’Italia di agire nello spirito delle disposizioni tedesche. L’Italia rifiutava e resisteva". Non solo, ma il Governo italiano ottenne che gli ebrei italiani residenti nelle zone occupate dall’esercito tedesco fossero esentati dall’obbligo di mostrare la stella gialla.  Lo stesso accadeva nella Legazione di Bruxelles. Addirittura, secondo quanto scrive Martelli, che include un documento nel quale descrive come il Consolato Italiano di Bruxelles esigeva che venissero esentati dall’imporre la stella gialla e dai lavori forzati, anche gli ebrei greci perchè le truppe italiane occupavano parte del territorio greco. Questo, evidentemente era troppo, infatti un ordine del Conte Blanco Lanza d’Ajeta, del Ministero degli Esteri di Roma, con un telegramma datato agosto 1942, imponeva di . http://motlc.wiesenthal.com
   Lo stesso docente dell’Università ebraica di Gerusalemme, George L. Mosse, nel suo libro “Il razzismo in Europa”, a pag. 245 ha scritto: "Il principale alleato della Germania, l’Italia fascista, sabotò la politica ebraica nazista nei territori sotto il suo controllo. Le leggi razziali introdotte da Mussolini nel 1938 impedivano agli ebrei di svolgere molte attività e si tentò anche di raccogliere gli ebrei in squadre di lavoro forzato; ma mentre in Germania Hitler restringeva sempre più il numero di coloro che potevano sottrarsi alla legge, in Italia avveniva il contrario: le eccezioni furono legioni. Come abbiamo già detto, era stato Mussolini stesso a enunciare il principio “discriminare non perseguire”. Tuttavia l’esercito italiano si spinse anche più in là, indubbiamente con il tacito consenso di Mussolini (…). Ovunque, nell’Europa occupata dai nazisti, le ambasciate italiane protessero gli ebrei in grado di chiedere e ottenere la nazionalità italiana. Le deportazioni degli ebrei cominciarono solo dopo la caduta di Mussolini, quando i tedeschi occuparono l’Italia".
   Vedo che lo spazio a mia disposizione si esaurisce, allora oso chiedere al signor Mieli: se quanto ho scritto risultasse vero, perché tanta vigliaccheria verso l’unico statista onesto e capace che l’Italia abbia avuto da secoli? Mi permetto di esporre la mia idea riferendomi a quanto ha scritto Rutilio Sermonti, e riportato all’inizio di queste pagine:

E la risposta viene per bocca dello stesso Benito Mussolini; nel corso di una intervista che il Duce concesse nel suo studio presso la Prefettura di Milano a Gian Gaetano Cabella, direttore del Popolo di Alessandria, nel pomeriggio del 20 aprile 1945, cioè sei giorni prima del suo assassinio:

"RICORDATEVI BENE: ABBIAMO SPAVENTATO IL MONDO DEI GRANDI AFFARISTI E DEI GRANDI SPECULATORI (…)".
   E quel mondo dei grandi affaristi e dei grandi speculatori, oggi sono i padroni e il mondo è una loro colonia.
   E l’abbiamo voluto noi, salvo pochi…e fra questi pochi, non ci sono i vari Mieli ( Corriere sera), Augias (Rai e LaRepubblica, Espresso e Panorama), Minoli (Rai) ecc

fonte : Il Popolod'Italia   FilippoGiannini.it